"Cronaca: Bambini, adolescenti e giovani"
Ruolo della famiglia, della scuola e del territorio nella società mediatica
Atti del Seminario


LUISA SANTOLINI
Presidente FORUM Nazionale
Associazioni Familiari


Testo non rivisto dall'autrice

Grazie all’A.Ge, grazie all’amico Cervati. Credo che incontri come questi, dovrebbero essere davvero frequenti, non solo qui, ma in tutte le zone d’Italia, e quindi speriamo di contribuire insieme a una riflessione che può magari essere utile alle famiglie, non solo di qui. Quello che vorrei dire in questi pochi minuti, sgombrando il campo subito da tesi forse eccessive, è che, purtroppo, quando si parla di giovani, di famiglia, e di mass-media, non credo che ci siano delle ricette e non credo che nessuno di noi sia in grado di dare una indicazione compiuta e valida per tutti e quindi diretta in un’unica direzione per dire come si fa.

Qui si tratta di riflettere un a tutto campo sulle sfide che ci aspettano in questo tempo e fare una riflessione che forse può accendere qualche idea e lanciare qualche provocazione. Io la prenderò un po’ da lontano, se mi consentite, poiché, parlando di famiglia e parlando di giovani e di mass-media, non mi sento di fare, ripeto, un discorso facile e un po’ semplificato sul rapporto famiglia-televisione.

Secondo me la causa di tutto questo grande problema che abbiamo davanti è che siamo davanti a una crisi della verità, che è una verità a tutto campo e siamo quindi, davanti a una crisi di concetti. Abbiamo le idee abbastanza confuse, e tutto contribuisce a renderle ancora più confuse. Che cosa significa per noi oggi, uomini e donne del 2001, riuniti qui, ma altrove potrebbe essere uguale, che cosa significa per noi oggi la parola "dono", la parola "vita", la parola "gratuità", la parola "servizio", la parola "persona", le parole "diritti della persona", che cosa significa per noi oggi la parola "famiglia"? Io credo che se non arriviamo alla radice dei problemi, difficilmente si potranno trovare delle soluzioni di piccolo cabotaggio. Siamo davanti a una crisi dei concetti, siamo davanti a una crisi della verità, ed è stato scritto "la verità vi farà liberi". Noi siamo probabilmente invece prigionieri di una menzogna che ci fa schiavi e di menzogne, ce ne sono tante, compresa la menzogna mediatica, di cui siamo abbastanza vittime, inconsapevoli vittime. C’è un pensiero unico che domina il mondo che è questa globalizzazione, che spesso si fonda su non verità, se non proprio su menzogna, cui abbiamo fatto tutti un po’ il callo, di cui non ci rendiamo più conto della portata.

L’economia domina la politica. Non ci si rende conto che c’è un rischio di democrazia. La Tv spesso ha dei messaggi distorti che noi non cogliamo e molto spesso ci risultano molto più familiari i messaggi che ci vengono dalla televisione, da qualche testimonial, che dice qualche banalità piuttosto che accogliere i messaggi che vengono dalla nostra cultura, dalla nostra storia, dalle nostre radici, dalle nostre appartenenze. Noi siamo dell’idea che adesso l’uomo ha un potere illimitato e lo stiamo trasmettendo ai nostri figli; la scienza ha un potere illimitato ed è priva di qualsiasi vincolo etico. Siamo in un mondo in cui la verità non è più la verità dall’autorevolezza, perchè l’autorevolezza viene solo dall’esperienza e ne fa testo il fatto che in televisione, ovunque si vada, c’è una ricerca spasmodica di testimonianza e di testimonianze a volte mirate, a volte manipolate, a volte fallaci, a volte insignificanti: siamo passati dall’esperienza dell’autorità all’autorità dell’esperienza. E sono tutte questioni che sono di fondo, secondo me, nel rapporto che ci deve guidare con i mass-media in generale.

C’è una cultura che sta emarginando e mettendo in un angolo la famiglia, noi ne siamo tutti sfruttatori abbastanza passivi. C’è un’ideologia che dice che l’uomo può vivere benissimo solo per se stesso, il lavoro, i rapporti, il sesso, il successo, la carriera, le vacanze, e che quindi la famiglia non è più così indispensabile, si può vivere senza la famiglia. Se noi non affrontiamo questi nodi, secondo me, il rapporto, poi, della famiglia con i media è automaticamente falsato. C’è una percezione debole della vita e del suo senso, ma detto così in dieci minuti, capisco che può sembrare uno slogan.

Dovremmo fermarci di più a capire che cosa significa oggi una cultura che ha fatto agio sulla norma scritta. E si pensa alla famiglia soltanto quando lo stato non ce la fa più, si ricorre alla famiglia solamente quando ci sono i fatti di Novi Ligure e ci si chiede "la famiglia dov’era?" e si dimentica che per lunghi che per lunghi anni e per il nostro quotidiano e feriale esercizio di vita la famiglia è messa in un angolo e non è considerata un soggetto da ascoltare e da tenere presente. Poi quando ci sono i casi drammatici di cronaca allora ci si chiede "la famiglia dov’è?". Allora bisogna partire, secondo me, dal fare ammenda del fatto che noi siamo tutti convinti che la famiglia è molto importante, ma poi, alla luce della fiera, nei fatti la famiglia non c’è a scuola, non c’è nella vita sociale, non c’è in politica, non c’è nei media, non c’è, non c’è perché, in parte, non sa esserci, perché nessuno ha insegnato alla famiglia a esserci, perché nessuno ha insegnato alla famiglia di essere la vera grande risorsa di questo paese, perché le famiglie sono sempre soggetti deboli ed è stato detto in lungo e in largo che le famiglie non sanno educare e quindi, non sapendo educare, sono espropriate persino dei loro compiti che sono quelli proprio di educare, crescere i figli e assumersi l’onere del lavoro di cura.

Mi rendo conto che bisogna partire da lontano però, secondo me, bisogna partire da lì, altrimenti la famiglia sarà, come dice la "Familiaris Consortio": "La famiglia sarà vittima di quei mali che si è limitata a guardare con indifferenza". Queste parole sono profetiche, sono state dette vent’anni fa, una famiglia vittima di quei mali che si è limitata a guardare con indifferenza. Allora io credo che la crisi della famiglia e della scuola, e le metto insieme, le due grandi agenzie educative, i due grandi soggetti che hanno un’enorme responsabilità nei confronti delle future generazioni, la crisi della famiglia e della scuola non sono delle ipotesi, sono dei dati di realtà che si collocano in un contesto fragile, debole, di una società che non è più capace di progettualità, di una società che non sa più dove andare, che ha perso, come dicevo, il senso della vita e ha perso il senso della sua esistenza.

Esiste, e non possiamo negarlo, una specie di eclisse dell’educazione, esiste un dimagrimento educativo, esiste la rinuncia da parte del mondo degli adulti a educare, c’è la paura di educare perché si ha paura a essere soggetti che si pongono davanti ai giovani con autorevolezza, cercando di dare loro una strada da percorrere. Se non partiamo da qui, credo che qualsiasi altro dibattito rischi di diventare molto sterile. Non abbiamo più adulti che siano, come ci chiedono i ragazzi, coerenti e significativi; ci rimproverano di essere incoerenti e insignificanti, il che significa che gli adulti hanno rinunciato a educare. Questa è una ricerca che è stata fatta dai salesiani e i giovani non hanno rimproverato agli adulti di essere dei ladri, di essere degli adulatori, di essere degli imbroglioni, di essere persone che corrompono, hanno rimproverato gli adulti di essere insignificanti e incoerenti.

Questo ci dovrebbe fare molto riflettere, perché, ripeto, c’è una cultura del giocare al rilancio e, secondo me, i giovani, anche con le loro risposte che ci possono scandalizzare o preoccupare, ci lanciano un appello e un grido molto forte che noi adulti non siamo capaci di raccogliere. La cultura dello sballo, i morti del sabato sera, i sassi del cavalcavia, il rifiuto dell’anoressico, sono questioni che ci interpellano tutti i giorni perché sono un richiamo forte, esasperato, impaziente di risposte serie. E allora, secondo me, per affrontare seriamente il problema del rapporto con i media si deve partire da un patto educativo tra la famiglia e la scuola. Bisogna partire da uno spazio da dare ai mondi vitali e se ci fosse questo fatto educativo vero, non solo sulla carta e non solo proclamato, forse ci sarebbero dei passi avanti anche nel senso di avere un migliore rapporto con i media, che è un rapporto sempre più problematico in cui la scuola e l’educazione stanno perdendo terreno ogni giorno di più. Allora bisogna dare spazio ai mondi vitali e la centralità della famiglia nella scuola così come nella vita, come nella politica, come nella chiesa, la centralità della famiglia come soggetto educativo, sociale e politico non dovrebbe essere una gentile concessione: la centralità della famiglia dovrebbe essere una questione considerata fondamentale per il buon funzionamento di questa società. E allora bisognerebbe partire dall’idea che i genitori sono i primi educatori dei propri figli e non genitori espropriati dei loro compiti.

Detto questo si passa ovviamente al discorso dei media, che non è un problema piccolo, è un problema grosso che va affrontato con una grande serietà. Però, vedete, la rivoluzione è già scoppiata, la rivoluzione di questi media che sono invasivi ed invadenti, è già scoppiata e noi, probabilmente, non ce ne siamo nemmeno accorti: C’è un cambiamento sociale in atto, enorme, e la comunicazione noi non possiamo più evitarla, non possiamo più pensare che la televisione va spenta, non possiamo più pensare di impedire ai nostri figli di vederla, non possiamo più pensare esattamente come non si può più pensare di non mandare i nostri figli ad un’edicola di giornali semplicemente perché è piena di giornali pornografici. Queste sono soluzioni inaccettabili, sono soluzioni inutili. Noi dobbiamo invece fare un grosso lavoro di riflessione per diventare persone libere. La libertà, e sono partita dall’idea della libertà e della verità, la libertà è un esercizio molto difficile. E allora: non essere schiavi! Sembra anche questo uno slogan, però, credo che dovremmo imparare tutti a non essere dei sudditi, ma ad essere dei cittadini. Ho tanto l’impressione che noi siamo troppo abituati ad essere dei sudditi, ed è vergognoso che le famiglie, abbandonate a sé stesse, molto spesso, a loro volta, abbandonino i figli davanti alla televisione per ore, ed un bambino che accede alla prima elementare abbia negli occhi 12000 omicidi. La vita umana non ha più un senso!

Allora le famiglie, però, vanno aiutate, perché da sole, non ce la faranno. E allora non dobbiamo più parlare e, secondo me, questo è un problema di coerenza, non essere genitori teledipendenti e non dovremmo nemmeno usare la parola "utenti", perché sa di passivo, di qualcosa che è commerciale. Non mi piace, appunto, la parola "teledipendenti" che è vero che è così. Dovremmo, secondo me, fare poche cose, non è necessaria una rivoluzione copernicana da avviare subito, e fare passi che non è possibile fare. Sono cose dette e ridette, io non sto dicendo nulla di originale. Quello che dovremmo fare e di farlo diventare cosa viva, vera, attuale a partire da questa sera, ognuno per quello che può e per quello che gli compete. Sono cose che gli esperti stanno dicendo da sempre, non sono originali. Il problema è che non si fanno, tutti dicono "va bene", ma poi non si fanno.

Diventare genitori attivi, diventare genitori che danno ai figli un senso critico; discutere con i figli quello che vedono in televisione; non lasciarli soli davanti alla televisione; cercare di decidere insieme quello che bisogna fare; non mettere tanti televisori sparsi per tutta la casa; cercare di capire che adesso c’è un problema di Internet colossale e quindi non demonizzare soltanto la televisione, che poi, la televisione non ha delle colpe precisissime, le ha, ma non diamole solo alla televisione. Allora non mettere a seguire i propri figli a diventare tecnologicamente preparati per camminare con loro per le strade di Internet. Insomma, l’elenco potrebbe continuare. Essere dei cittadini e non dei sudditi, essere con senso critico, educare alla televisione, cercare di capire che non è la televisione l’origine di tutti i mali, ma che i mali sono altrove e vengono da lontano. Ecco, credo che questo elenco diventi abbastanza sterile se non ci riappropriamo di quello che è il compito della famiglia che è quello di educare.

E concludo dicendo che dobbiamo fare, secondo me, due cose: smetterla di essere un popolo silente che scuote la testa e dice "chissà dove si va a finire"; smetterla di sentirci impotenti e quindi giustificati; smetterla di pensare che, tanto, non c’è niente da fare; e questo è scritto nel libro del destino. Tutto è inutile perché tanto saremo spazzati via; smetterla di pensare che, appunto noi, siamo le vittime di un sistema che ci stritola e rimboccarci le maniche e, io sono convinta, che insieme si può. Seconda cosa da fare è di mettere le famiglie in rete, creare reti di famiglie che sono infinitamente più forti, infinitamente più attrezzate, infinitamente più capaci di dare delle risposte a tutte le aggressioni di cui sono vittime.

Le sfide delle famiglie dei prossimi anni sono proprio di riappropriarsi di un ruolo educativo e di mettersi in rete. Queste sono due indicazioni, ma che noi stiamo dando con profonda convinzione perché siamo convinti che la strada passa da lì. Allora smetterla di scandalizzarsi delle urla dei violenti: ma noi siamo invece questa famosa maggioranza silenziosa che non deve più esserci perché non è più tempo per delegare o per tacere. Ecco, per cui le strade da fare ci sono e davvero il discorso della famiglia in rete, a scuola come altrove, è un discorso cruciale perché ne va davvero del nostro futuro. E in questo, anche i media, ovviamente, possono giocare un ruolo. L’associazionismo familiare non è una questione di quattro maniaci che vogliono in qualche modo comparire o esserci da qualche parte, ma è la sfida del nostro futuro. Vi ringrazio.