"Cronaca: Bambini, adolescenti e giovani"
Ruolo della famiglia, della scuola e del territorio nella società mediatica
Atti del Seminario


PIERO DAMOSSO
Giornalista del TG1


Introduzione
ENZA CORRENTE SUTERA

Allora ringraziamo la signora Corradi, anche perché la sua testimonianza è stata abbastanza personale, forse più da mamma che da giornalista. Beh, passiamo la parola all’incriminato n. 1, cioè a colui che in qualche modo è addossato di alcuni attacchi.

DAMOSSO

Spero nella clemenza della corte.

SUTERA

Va bene, allora il Dott. Damosso, giornalista del Tg1.


Testo non rivisto dall'autore

PIERO DAMOSSO

Sono molto contento di questo vostro invito perché per noi che viviamo blindati a Saxa Rubra è molto importante ogni tanto avere un confronto così diretto sui valori che sono, come diceva questa mattina Cervati, parlando appunto del valore della condivisione, della tolleranza, dell’amore, sono veramente le cose per cui vale la pena di vivere.

Allora, quando il confronto si fa così serrato e così intenso su questi significati, davvero è una grande ricchezza per me poter essere oggi qui con voi, proprio perché le premesse sono queste. L’intervento di Marina mi è piaciuto molto perché era un intervento molto incarnato nella sua realtà familiare e questo è molto interessante perché il giornalista quando racconta non può mai prescindere dalla sua dimensione personale, familiare. Lei ha parlato dell’11 settembre, vorrei partire anch’io dall’11 settembre, soprattutto anche perché ci ha dato un’ulteriore conferma che noi viviamo in un mondo globale dove, come è stato detto anche questa mattina, molto efficacemente, in più interventi, non possiamo più pensare che quello che non accade nel nostro cortile non ci riguarda.

E, oltre all’11 settembre, io non vorrei dimenticare quello che c’è stato quest’estate anche a Genova. Ecco, non parlo tanto di quello che è successo nei giorni del G8, penso anche a tutto il dibattito precedente, alla discussione che c’è stata sui problemi e sulle sfide della globalizzazione. Io, per esempio, sono rimasto molto impressionato da un intervento del Papa, qualche giorno prima del G8. Il Papa invitava i potenti della terra a tener conto delle ragioni, ad ascoltare il grido dei paesi più poveri del mondo, ad ascoltare – ha precisato – un grido che è un diritto. E per la prima volta questo invito dentro di me ha risuonato in maniera molto forte, perché non c’era una visione paternalistica rispetto ai paesi più in difficoltà, ma c’era la consapevolezza che l’umanità non può pensare di avere un futuro con la metà delle persone, con 3 miliardi di persone, che tentano di vivere con meno di due dollari al giorno.

Ecco, questa realtà poi, ovviamente, è risuonata ancora più pesantemente, anche in modo cupo, in modo molto tragico, l’11 settembre. L’11 settembre io non ero in servizio, era il mio giorno di riposo e avevo deciso di andare al parco con mio figlio. Seppi della notizia perché ho un telefonino che ogni tanto mi avvisa e mi dà le più importanti notizie dell’Ansa. Poi mi telefonò mia moglie e mi dette la notizia. Con mio figlio tornammo a casa e abbiamo visto quelle immagini, le abbiamo viste più volte. Ricordo benissimo che io cercai di continuare a fare quei gesti, anche poco significativi che nell’arco di una giornata si fanno con i figli, mio figlio più grande ha quasi sei anni, il più piccolo un anno e mezzo. E io quel giorno dovevo stare con loro proprio perché mia moglie aveva un impegno e quindi la mia presenza era ancora più importante, ancora più necessaria.

Ricordo, a proposito del rapporto con mio figlio, che qualche giorno dopo Francesco, il più grande, mi ha detto: "Papà, quando ricostruiranno le torri?". Ecco, io di tutto quell’evento, nel rapporto che ho con lui, ho questa domanda che mi continua a risuonare dentro: "Papà, quando ricostruiranno le torri?". Lui le ha disegnate in piedi, diritte, quasi rifiutando in fondo quello che è successo, quasi nella speranza che un giorno saranno di nuovo così. E questa è stata una grande lezione per me, perché se c’è nella complessità di questo mondo globale una certa, diciamo, eclissi di un grande valore, secondo me, è l’eclissi del valore della speranza. E, in fondo, mio figlio mi dava questa lezione di fiducia.

L’eclissi della speranza la possiamo vedere in molti campi. Ecco, prima si citava il caso di Erica e Omar, un fatto che ci ha profondamente scosso. In questi giorni il dibattito si è riacceso per la notizia che annunciava che i due ragazzi resteranno in carcere fino alla fine di novembre. Con ogni probabilità questo significherà di nuovo il silenzio su questa vicenda; si era riacceso il dibattito proprio perché c’era questa eventualità. Questo, secondo me, non è un fatto positivo, cioè l’eclissi della speranza io la vedo anche lì, perché il senso della giustizia è molto importante. È molto interessante l’articolo, per esempio, di Vittorio Grevi, sul Corriere della Sera di oggi che va in questa direzione; egli afferma che non ci si può dimenticare, anche di fronte a due assassini, che comunque sono persone e che hanno diritto a un futuro. Probabilmente questa frase susciterà dello scandalo, però io veramente di questo sono testimone, nella mia vita mi sono occupato tanto di cronaca nera, sono entrato in molte carceri italiane, mi sono occupato a lungo di terrorismo, ho parlato con molti di questi ragazzi che pensavano appunto che i nemici dovessero essere eliminati fisicamente, ho visto il disagio profondo esistenziale, ho visto il disastro psicologico che si portano appresso, ho visto i rimorsi, ho visto anche però alcuni di questi ragazzi profondamente cambiati.

Se questi ragazzi fossero rimasti semplicemente a marcire nelle carceri, forse non avrebbero avuto la possibilità di cambiare così. Invece, all’interno delle carceri hanno incontrato, per esempio, dei sacerdoti che li hanno inseriti in opere di volontariato e così hanno in qualche modo ricominciato a vivere. Certo questo va fatto sempre tenendo presente (ma io ho visto quanto in alcuni di loro fosse presente), la questione della solidarietà nei confronti dei familiari delle vittime. Non si può certamente fare una riflessione di questo genere senza tener presenti i familiari delle vittime, tant’è che anche nei processi di riforma della giustizia, e anche della giustizia minorile, si cerca di inserire anche all’interno del complesso processo della pena il ruolo dei familiari delle vittime, perché in questo nostro sistema giudiziario è sostanzialmente quasi assente il rapporto tra chi commette il reato e il familiare delle vittime.

Dico questo perché dentro questa realtà che è così nuda e cruda, una realtà globale, vi sono però anche degli elementi di speranza. Io penso per esempio al mio amico Aldo Civico che è ricercatore a New York, alla Columbia University, ho ricevuto moltissime e-mail da parte sua dopo l’attentato dell’11 settembre e mi ha raccontato come alla Columbia University ha visto cristiani, ebrei, musulmani pregare insieme dopo l’attentato. Li ha visti impegnarsi nel volontariato per cercare di strappare alle macerie quelli che ancora si potevano recuperare, li ha visti soccorrere i feriti, li ha visti solidarizzare insieme cercando di condividere profondamente e di ricostruire, ricostruendosi anche nelle reciprocità delle persone.

E così, come mi vengono in mente, i volontari che sono pronti a partire per l’Afghanistan, mi viene in mente Gino Strada, il responsabile di Emergency che sta facendo il viaggio all’incontrario, cioè mentre i profughi stanno lasciando le zone dell’Afghanistan gestite dai Talebani per arrivare in zone più sicure, lui sta facendo il viaggio inverso. Dobbiamo tenere presente quindi che c’è sicuramente e fa fatica ad emergere la speranza, c’è quindi questa eclissi della speranza, però ci sono anche elementi molto forti che noi ci sforziamo di raccontare.

Certo, questo non è sempre facile e il tentativo del Tg1 è quello di cercare di raccontare anche queste realtà nei limiti e nelle contraddizioni che voi vedete. A questo proposito devo sottolineare un’iniziativa che il direttore del Tg1 Albino Longhi ha preso alla fine del mese di maggio. Albino Longhi ha ripristinato alcune rubriche alle 13,30, in coda al telegiornale. Una di queste rubriche, Tg1 storie, è curata da me e dalla collega Giovanna Rossiello e ha come scopo proprio quello di raccontare storie di persone che per un ideale si impegnano per gli altri. Questo è un piccolo tentativo nella programmazione televisiva per cercare di raccontare anche il bene che c’è. È un tentativo che, purtroppo, dopo la ripresa autunnale, il 6 settembre, è stato provvisoriamente sospeso per le cronache di guerra, diciamo semplicisticamente così, ma è veramente così, perché sono rubriche che prendono tre minuti al telegiornale e voi comprendete come in queste settimane gran parte dell’informazione è monopolizzata dalla cronaca sulla guerra al terrorismo sostanzialmente e su quello che è lo scenario mondiale intorno a questa questione.

Che cosa fare? Io mi sono segnato alcuni punti: non essere passivi davanti alla televisione, lo hanno già detto altri e io lo ribadisco sottolineando il valore dell’interconnessione e anche il valore della velocità. Mi spiego meglio, quando c’è attraverso gli schermi televisivi qualche cosa che indigna, che suscita una reazione, bisogna immediatamente comunicarlo, ci sono oggi gli strumenti per farlo. La Rai per esempio ha un portale su Internet – Rai.it – che è aperto a tutte le richieste di segnalazioni a tutte le proposte, a tutte le indicazioni che si vogliono dare sui programmi e sull’offerta televisiva.

Quando abbiamo messo in piedi questa rubrica con la collega Rossiello, noi abbiamo pensato proprio di attivare anche un forum che iniziasse subito dopo la messa in onda di questa rubrica, proprio per dare immediatamente la possibilità alle persone di dirci se avevamo sbagliato, dove avevamo sbagliato, che cosa potevamo fare di più. Ed è importante la velocità perché nel circuito mediatico è molto importante intervenire tempestivamente, altrimenti poi il rischio è che uno non riesce a essere veramente influente all’interno della programmazione. Ma se le cose, se le segnalazioni arrivano in tempo, rapidamente, possono essere significative anche per favorire delle correzioni.

L’altra cosa che vorrei dire è il valore del forum, il valore del forum nelle scuole, il valore della discussione. Nelle scuole per esempio entrano i giornali, entrano i quotidiani, sappiamo che c’è un’importantissima iniziativa del Corriere della Sera, sarebbe interessante che potessero entrare anche i telegiornali, sarebbe interessante che all’interno della didattica gli insegnanti potessero anche spiegare, far discutere, far conoscere i meccanismi che possono presiedere al linguaggio televisivo.

È un tema che non può più rimanere fuori dalla scuola. E poi, come diceva Luisa Santolini, il valore della rete, perché attraverso la rete si può diventare soggetto politico, soggetto politico sociale, non partitico. Attraverso la rete moltissime sinergie possono entrare in comunicazione fra di loro e attraverso la rete si può chiedere ascolto ai vertici delle istituzioni. Non abbiate paura di andare direttamente dai vertici delle istituzioni per dire con forza alcuni no e magari anche qualche sì sui contenuti, sui programmi che invece bisognerebbe sviluppare, ampliare magari con collocazioni anche più adeguate, molti programmi interessantissimi vanno in onda di notte e quindi rischiano di essere tagliati fuori dal giro del grande pubblico.

E poi vorrei sottolineare l’iniziativa "davide.it". L’iniziativa di "davide.it" è molto interessante, ho già sentito moltissimi genitori che fanno utilizzare Internet attraverso il filtro di "davide.it", che è un filtro che tagli fuori tutti i siti, l’ha inventato un parroco di Carmagnola, vicino alla mia città Torino, un filtro che taglia tutti i siti violenti o dove c’è della pedofilia. Ecco, questo può essere una garanzia, io credo, per tante famiglie.

E infine, il valore di un evento. È importante secondo me che proprio attraverso la connessione in rete, attraverso la maturazione di questa consapevolezza di essere soggetto politico sociale, la rete delle famiglie, delle associazioni dei genitori, di quanti operano nella scuola, studenti, insegnanti, abbia la capacità di compiere dei gesti e di costruire anche degli eventi, come quello di oggi. Io penso all’esempio della GMG, certo eravamo su un altro piano, però quello è stato un grandissimo evento che ha saputo bucare la programmazione televisiva.

Il Tg1 per giorni e giorni ha mandato in onda cinque, sei, anche sette servizi all’interno dei telegiornali principali delle 13,30 e delle 20 dedicati al popolo della GMG e attraverso quel popolo sono emersi quei valori di solidarietà e di tolleranza di cui dicevamo prima.

Ecco, adesso per chiudere, vi volevo fare anche un po’ un regalo, se mi consentite. La rubrica "Tg1 Storie", come vi dicevo, speriamo possa riprendere al più presto, perché ovviamente speriamo di riuscire ad avere, ad acquisire presto una normalità di programmazione, doveva mandare in onda il 13 settembre una puntata che era dedicata soprattutto a un grande personaggio che voi conoscete, ma che noi abbiamo intervistato in una chiave un po’ diversa e quindi ve lo voglio proporre sia perché la puntata che non è ancora mai andata in onda ve ne faccio dono, la potete vedere in anteprima, sia perché è il tentativo che noi facciamo con questa rubrica di avvicinare anche personaggi dello spettacolo cercando però di far venire fuori un po’ della loro anima. Facciamo vedere quindi il pezzo.

DIALOGO TRATTO DA TG1 STORIE

Giornalista: Il terrorismo non riuscirà a uccidere la solidarietà come la speranza di giustizia e di pace. E il giro della storia ricomincia per l’impegno per l’Africa. Con la partita del cuore la nazionale cantanti ha raccolto quasi 4 miliardi.

Morandi: Ci sono dei progetti in Africa, in Somalia e in altri Stati africani, dove nascono delle scuole, nascono dei centri sportivi e aiutiamo i bambini che sono in difficoltà. Io credo che oggi, da tutto il mondo ci sia una grande attenzione per l’Africa perché è veramente il paese che ne ha più bisogno. È naturale che anche noi della nazionale italiana cantanti sentissimo questo problema.

Giornalista: Secondo lei, la solidarietà è contagiosa? Si riesce a far capire che è bello essere solidali?

Morandi: Ma noi abbiamo fatto una scoperta straordinaria in questi 20 anni di attività di volontariato. Un’attività che ci ha migliorato tutti come persone, anche come artisti. Abbiamo scoperto il mondo del volontariato in Italia, centinaia di associazioni, tantissime persone e la scoperta secondo me che cercando di fare qualcosa per gli altri, alla fine migliori te stesso, dai qualche cosa ma ricevi tantissimo di là. Dopotutto il messaggio che anche noi della nazionale italiana cantanti ci trasmettiamo l’un l’altro è di sviluppare qualcosa del collettivo, fare qualcosa insieme, cercare di aiutare qualcun altro, ma senza degli sforzi straordinari, a volta basta un gesto, basta un sorriso, basta stringere la mano a qualcuno, basta dare un po’ del proprio tempo.

Giornalista: Mi sembri molto impegnato anche per i disabili.

Morandi: Sono andato quattro volte a Lourdes, questo un po’ ha cambiato anche il ruolo di essere cantante, il modo di affrontare anche la vita di tutti i giorni. Davanti al grande valore e alla grande voglia di vivere che aveva questa gente, mi sono sentito molto piccolo. È stata un’esperienza straordinaria, il piacere di stare insieme, il piacere di fare qualcosa per un altro e questo dà senso alla vita, se no non vedo altro.


ENZA CORRENTE SUTERA

Ringraziamo il dott. Damosso, anche per questo dono che è un’anteprima. Ci sentiamo molto onorati anche perché noi crediamo davvero che questi personaggi che hanno un valore un po’ trascinante, troppe volte un po’ sul negativo, se riusciamo a valorizzarli nel positivo, visto che comunque i ragazzini hanno bisogno di modelli a cui riferirsi, forse tutto gira un po’ meglio.

Ringraziamo naturalmente il dott. Damosso per la sua testimonianza. Il suo ruolo era un po’ difficile, ma avete visto che anche lui ha recuperato il suo essere papà nel parlare, senza prescindere dalla sua dimensione professionale. Forse se i giornalisti della carta stampata piuttosto che dei media riuscissimo, lo dico al plurale visto che lo sono anch’io, a sentirci investiti comunque del nostro ruolo di genitori o comunque di adulti che abbiamo un ruolo imprescindibile nei confronti delle nuove generazioni, forse il linguaggio, le immagini, i contenuti, tutto potrebbe essere trasmesso con una qualità più alta. Questo sarà poi il dott. Barrilà a raccontarcelo e spiegarcelo.