"Cronaca: Bambini, adolescenti e giovani"
Ruolo della famiglia, della scuola e del territorio nella società mediatica
Atti del Seminario


TONINO ZANA
Giornalista del "Giornale di Brescia"


Introduzione
ENZA CORRENTE SUTERA

Adesso un’altra voce della carta stampata: Tonino Zana.


 TONINO ZANA

Mi spiace per quella che un tempo veniva definita molto brutalmente, da un punto di vista semantico, la par condicio ma io non ho portato il Giornale di Brescia. Ve lo distribuirei volentieri, non c’è. Il collega Damosso ha fatto bene a fare così perché è una bella trasmissione. Ed è giusto che si incentivi anche attraverso, come dire, un pareggio tra la donazione del dibattito e la donazione di un consiglio, si tratta anche di questo. Del resto la televisione è un servizio pubblico. Ricordo alla coordinatrice gentilissima, la dottoressa Sutera, che io sono un supplente, quindi ho diritto a un più di comprensione, perché il tema è necessario, ma è secondo me irrisolvibile nei termini che si dice solitamente di un problema: dato un problema c’è un tempo e uno spazio determinato per risolverlo, questo è un problema che non si risolve nel tempo, si risolve durante, dinamicamente, alla fine della vita. Voi del resto siete state così profeti a invitare i presenti con una dizione di Lincoln che dice chiaro e tondo che non dobbiamo avere rimorso della nostra vecchiaia, amici.

Non dobbiamo giudicare i giovani perché siamo invidiosi del tempo che trascorrono. Non dobbiamo dimenticare la nostra giovinezza e dobbiamo paragonarla assolutamente alle altre giovinezze, che sono spesso più simili di quello che crediamo. Di me ricordo grande violenza e grande amore, grandi sbandamenti, possibilità di salire in cielo e di finire all’inferno nello stesso giorno, così come accade oggi agli angeli e ai diavoli del nostro tempo. Mi pare che abbiamo dimenticato l’altra faccia del problema, che è la bellezza dei giovani, la bellezza della televisione, la bellezza della carta stampata, la bellezza di tante famiglie. Mi pare che ancora una volta siamo caduti nella sindrome di una frustrazione, quello sì, che viene da lontano e che riguarda non l’eclissi, ma la fine di tante storie in questi dieci anni.

Lo dico al rappresentante del Tg1 alla fine della storia dei partiti voluta in parte politicamente da altre associazioni giornalistiche finanziarie e politiche. Si è perso un significato, un punto di riferimento fondamentale che in ogni paese, non in città, in ogni piccolo paese di diecimila anime era fatto da centinaia di dirigenti con centinaia di famiglie, con centinaia di persone che dirigevano tra di loro il consiglio su cosa era bene e su cosa era sbagliato, che entravano nelle scuole e parlavano con i docenti. A proposito, lo dico al collega Damosso, che è autorevole e brillante – è considerato così dai nemici, figuratevi dagli amici –,: guarda che dovete uscire di più dalle redazioni blindate perché i giornali da dieci anni sono nelle scuole, perché la televisione si analizza da dieci anni nelle scuole, perché i mass media sono stati sbranati da dieci anni nelle scuole.

Il problema è un altro: è come insegnare i giornali, chi insegna i giornali. Il problema è quale divisione politica e quale inedia esiste, inedia non i media, inedia esiste nelle varie categorie. Il padre e la madre, la famiglia dovrebbe essere fondamentale, ma non lo è per il semplice motivo che non è stata accusata, Santolini, da nessuno, non ha subito un complotto, ha smesso di essere famiglia: lei famiglia assieme alle altre, facendo una scelta negativa di tipo soggettivo che è diventata quasi oggettiva. La famiglia si è rotta per un destino scelto dai padri e dalle madri, altro che dai giovani. I giovani sono vittime di queste rotture, vi parla uno che non dovrebbe neanche parlare di queste cose. Sto facendo un’analisi, non sto rapportando quello che dico con quello che faccio, ma i giovani sono vittime della famiglia, altro che… e qualche volta sono i carnefici della famiglia, ma molto dopo. Non conosco carnefici di dieci anni, conosco carnefici di sedici anni, di quindici anni, ma che ne hanno venticinque, questo è il problema. Avete citato quei ragazzini lì, io non voglio, però devo citarli anch’io, non lo vorrei mai, ma devo farlo: non hanno quindici anni, amici cari, qui c’è un tema di legislazione che è fondamentale. L’età anagrafica non è l’età morale, non è l’età della forza psicologica e fisica, è un’altra età.

Un tempo crescevamo più simili, oggi siamo più disuguali. E allora abbiamo bisogno di un controllo, non abbiate paura di usare la parola controllo, abbiamo bisogno di obbedire, abbiamo bisogno di essere liberi e di essere controllati e di controllarci reciprocamente. Abbiamo bisogno di tornare ai valori del premio e del castigo, dell’obbedienza e della negazione dell’obbedienza, assumendoci le nostre responsabilità. Abbiamo bisogno di una pedagogia di tipo classico che è stata completamente cancellata e non era stata negata in termini pratici. Chi premia e chi castiga. Chi si assume la responsabilità attraverso un premio e un castigo oggi, poi vengo ai mass media, perché a me tocca quello, ma anch’io avendo due famiglie e tre figli, con due famiglie quindi ho un diritto di più a parlare, ho cinque minuti di più, supplente ma di lusso. Lo dico non per difesa della categoria, anche perché la carta stampata da noi è talmente raggiungibile che l’assessore Parolini o un qualsiasi cittadino o un insegnante o il sindaco vostro viene in redazione, mi prende per le orecchie come si prendeva una volta e mi butta giù dalla redazione. Loro sono irraggiungibili.

Noi ci aspettano in redazione, non possiamo mica sbagliare tanto. Loro sono irraggiungibili. Damosso, tu devi dire ai tuoi colleghi di essere raggiungibili, non col numero verde. Date gli indirizzi di casa. È un paradosso. Noi li abbiamo gli indirizzi di casa, per questo motivo che se voglio parlare con Schroeder, io devo andare come ho fatto ieri sera davanti a Gardone Riviera per quattro ore. E ci trovo un ragazzino di sedici anni che stanotte ha smesso all’una di lavorare, è uno di quei giovani, amici cari. Il mio fotografo ha smesso alle due di lavorare, ha ventuno anni, è uno di quei giovani. Un altro è partito con un mio collega in Kosovo ieri sera e tornerà chissà quando, nei giorni di riposo, è uno dei giovani, amici! Parliamo di più di questi giovani, anziché di altri, sarebbe meglio. Per esempio non dimenticandoci degli altri. Sugli altri apro anch’io una parentesi anche qui in termini, abbiate pazienza, ho quattro fi…, ho tre figli, pensate sbagliavo per dire la doppiezza della famiglia, ho tre figli, pensate se io non sono sensibile al tema di un futuro per loro qualora sbagliassero fino al punto di ammazzare la madre. Io ne ho parlato in casa mia e ho detto a mia moglie: teoricamente vorrei soffrire fino a quando loro non saranno liberi dalla prigione, vorrei soffrire fino a vederli tanti anni in prigione perché attraverso non questa prigione, un’altra prigione, vorrei che uscissero rinvigoriti, pentiti veramente, non pentiti in carta bollata, pentiti dentro.

Oggi ci si pente in carta bollata per un interesse. Pentiti dentro. Il rimorso deve essere pesante quanto il crimine. Noi siamo cresciuti così, col rimorso pesante come il piccolo furto, la lampadina rotta e tutto il resto. Anch’io sono affezionato a quello che ha detto la mia collega dell’Avvenire, anch’io appartengo a una paternità che taceva il ritorno dalla guerra, dai campi di concentramento e mi piace ricordare mio padre pubblicamente, lo faccio sempre, un modo per farmi perdonare i peccati, per avergli disobbedito. Tuo padre è tornato dalla Russia, mio padre è tornato dalla Germania, un figlio lo ha conosciuto che aveva sette anni, quell’altro quattro, pensate un po’. Era dell’11, non mi parlava mai della guerra. Mi parlò della guerra quando ormai io ero padre, ero abbastanza, da un punto di vista teorico, solido per capire che i lager nazisti erano pari ai gulag slavi o comunisti, eh Damosso, di sicuro! Non c’è bisogno di essere storici per questo. E quando scoppiò la guerra iugoslava, lui era in Iugoslavia anche e quindi mi spiegò com’era possibile in una stessa città essere musulmani, cattolici, serbi e croati. Poi non mi spiegò altro. Ma credo che nel suo silenzio ci fosse il testamento morale di chi mi diceva: non parliamone della guerra, perché solo il parlarne è un pericolo.

Noi invece dissipiamo talmente il pericolo della guerra, sì che parliamo di guerra anche se non è ancora accaduta. Voi in televisione quell’aggettivo lì non dovete usarlo più quando smette Bush di usarlo. Bush ha smesso di usare la parola guerra, voi continuate a usare la parola guerra. Lo dico invece all’amica, saltando di qua e di là, a me piace la televisione, amici, io non posso vivere senza televisione, voi non avete potuto vivere senza televisione, il mondo degli anziani non può vivere senza televisione, conosco nonne morte a ottantacinque anni, che sarebbero morte prima se non l’avessero avuta, perché avevano la sola compagnia di una televisione.

Pensate, vi dico, anche l’eco di un rumore, posso farvi nomi e cognomi del mio paese, sono di paese e quindi vivo blindato anch’io, ma tocco il marciapiede, conosco la ragazzina che ha ammazzato suo padre, non a Genova o a Savona, a Vallio di Terme, ed era una ragazzina fino a un secondo prima amata e stimata dal suo paese, di centinaia di anime. Non era uno scherzo, conosco quando chiedo a un compaesano se dice la verità o no, era vero che l’amavano e la stimavano. Era vero che era impossibile ammazzare il padre in quel modo. L’ha ammazzato il padre in quel modo. Allora vuol dire che c’è una rottura generale di attenzione ma, di più, lo voglio dire alla rappresentante dottoressa Santolini, lei non crede che ci sia una rottura dell’equilibrio personale, che siamo talmente stanchi a sera che non ce la facciamo più e allora incominciamo a delegare, incominciamo ad afflosciarci, a lasciarci andare, a dire di sì perché non è possibile dire di no altrimenti sarebbe un altro fronte aperto, sarebbe un altro lavoro.

Dobbiamo rinunciare alle carriere, amici cari. Carriere. Le carriere sono fatte di tante cose, non solo di denaro. Per qualcuno la carriera, tu lo sai meglio di me, è di avere una fotografia almeno una volta nella vita al Tg1, possibilmente non di cronaca nera. E consumo una vita per questo ed elimina tutto il resto. Potrebbe essere una carriera anche questo convegno, di noi, dico di noi, dico di me, se non fossimo certi di mettere accanto alle parole anche qualche gesto.

Questo convegno il presidente Cervati l’ha voluto io lo so con quale convinzione e serietà, ci ha violentati persino. Ci ha costretti, guardate che di sabato, con venti gradi ancora ai primi di ottobre centinaia di persone anche in una coreografia così bella è impossibile trovarli. Io chiedevo prima alla Corradi chi ha pagato. Lei dice di no. Ho chiesto ad altri: "Vi hanno comandato?". "No". Allora vuol dire che il tema è sentito. È sentita la nostra crisi, che è la crisi di un tempo, badate bene, che vive in una democrazia giovane e che vive di rimbalzo la crisi di tante altre democrazie. Siccome abbiamo voluto l’Europa, ci rimbalzano le contraddizioni degli altri, e noi ne diamo dalla nostra parte. Dobbiamo imparare a vivere con queste contraddizioni. Questo è il nostro tempo. Potremmo volerne un altro, non è possibile, è il nostro tempo. Senza una guerra ufficiale, ma con tanti conflitti quotidiani che ci fanno dire alla fine di un mese di aver terminato una guerra completa. Cento ragazzi morti sulle strade, per imprudenza loro o degli altri, uccisi o uccisi dagli altri amici, cento dalla droga, cento salvati da altri medici giovani, cento salvati da altri giovani che hanno salvato questi.

C’è una doppia faccia da vedere. Lo dico non perché è diventata quasi una mia figlia adottiva, la dottoressa Marina De Vito, in questi giorni, perché sono amico di tanto padre. Ma lo dico perché ho studiato la sua tesi sui giovani bresciani. Damosso potrà andare a guardarsi i suoi giovani milanesi che hanno caratteristiche simili ai nostri giovani bresciani e insieme hanno caratteristiche simili, sempre di meno, federativamente parlando, eh Parolini, ai giovani nazionali. Ma i nostri giovani bresciani, nelle aree diverse, sono già lì, l’identikit è chiaro. I giovani bresciani vivono su una composizione di quattro "bande", una delle quali è questa, a cui appartiene mio figlio di quindici anni e mezzo, che è un ultra della curva nord del Brescia, dove in ottomila, curva nord, duecento si spinellano, gli altri gridano: viva o a morte Mazzone. Ed è la cosa più bella del mondo, partono al mattino presto dal paese, in corriera, mangiano un solo panino e tornano alla sera, nel tardo pomeriggio, dopo essersi goduto la loro partita. Sono centinaia, sono migliaia, e non solo la curva nord. Continuiamo a vedere la curva nord dei drogati di marijuana, dei violenti, e quelli sono un’estrema minoranza. Incominciamo a dire ai giornalisti: fateci vedere i buoni.

Ma in questi dieci anni, voi lettori, voi fruitori di televisione, ci avete chiesto che volevate vedere i cattivi. C’è una connivenza, amici, tra quello che si trasmette e quello che si riceve. Il patto, ha ragione la signora, è tra l’utente e il gerente, che sono la stessa cosa. Damosso dice, la Corradi dice, lo dico anch’io: quando andiamo a casa abbiamo gli stessi problemi degli altri genitori. Siamo genitori che fanno la professione che ha più responsabilità. Lo so anch’io che il nostro mestiere e il mestiere più pericoloso, più difficile. Dipende da voi, ha ragione Damosso, verremo licenziati, perché se seguite il consiglio di Damosso, di scrivere quando non va bene una cosa, scrivete, scrivete, scrivete… verremo licenziati perché, figuratevi, scriviamo tante di quelle imbecillità, ma ci sono tante di quelle belle cose, faccio uno spot per Damosso, così poi paga da bere a tutti.

Le trasmissioni scientifiche e storiche, Porta a porta, me lo consentite, eh?, mettete pure Vespa in parentesi, se vi è antipatico, ma la sostanza delle cose, la sostanza dei telegiornali, Canale 5, ma perché continuate a fissarvi su una trasmissione soltanto. Non è che dietro al Grande Fratello vedete soltanto la parola Berlusconi, sarà ora di finirla anche questa. Non è mica un problema questo in Italia. Il problema è se mai è di dire: io vedo anche dei pezzi creativi e filmistici anche in certe pubblicità, nuova pubblicità, ma cosa vuol dire? Proviamo a discernere, a scegliere. E ho terminato davvero.

Scusate il balbettio, scusate i salti mortali. Io per la prima volta in questi anni ho fiducia, ho fiducia perché mi è capitato, chiudo sull’11 settembre, di vedere tre cose sull’11 settembre: chi ha addestrato, ho conosciuto chi ha addestrato i kamikaze delle torri di New York e l’ho intervistato. Mario Gheda, 27 anni, bresciano, un ragazzo adorabile, mi ha spiegato la rava e la fava, ma quello che mi ha fatto capire è che se c’è un terrorista c’è un pilota bresciano, 27 anni, a New York, scelto un anno dopo il corso di brevetto di pilota, a essere scelto come istruttore dagli americani e che ha insegnato a migliaia di altri cittadini a volare secondo le regole della libertà e della convivenza civile.

Ho conosciuto chi ha costruito le fondamenta e le torri e ho scritto di questo, è un ingegnere, era un ingegnere, perché ora è sepolto in un camposantino delle colline moreniche del Garda. Ho conosciuto, e ho finito, ieri sera, stanotte, il cancelliere tedesco e poi un idolo per noi, Franz Beckenbauer, e ho visto uno stuolo di giovanetti che hanno aspettato fino alle tre di mattina pur di avere una firma di Beckenbauer perché noi gli raccontammo che lui era il kaiser , era bello, era perfetto ed era un esempio di moralità calcistica. Tutte queste cose non mi fanno dimenticare tutte quelle più brutte che conosco bene ed emotivamente ritengo dentro di me, ma non in questo convegno, prevalenti, mi fanno pensare che ci sia ancora un’alba e un crepuscolo vivibili, che stasera ricordi tante sere di noi ragazzi, quando eravamo piccoli, quando eravamo giovani, e tornavamo a casa il sabato, ricordando molto ma molto il villaggio di Leopardi. Vi ringrazio.