"Cronaca: Bambini, adolescenti e giovani"
Ruolo della famiglia, della scuola e del territorio nella società mediatica
Atti del Seminario


DOMENICO BARRILÀ
Psicoterapeuta - Analista


Introduzione
ENZA CORRENTE SUTERA

Allora adesso diamo la parola all’esperto che abbiamo voluto con noi, il dottor Barrilà, e vediamo che cosa vuol dire, dal punto di vista "scientifico" su questo tema, affrontare argomenti così difficili che, non so se vi siete accorti, tutte le voci sin qui hanno in qualche modo dribblato, questo argomento è stato un po’ dribblato da tutti: ci si è rifatti a esperienze personali, si è discusso sul ruolo dei media, concretamente qualcuno ha raccontato che cosa ha fatto nella sua sensibilità di genitore. Qualcuno ci ha detto che cosa si potrebbe fare e che strade si corrono, però il nocciolo della questione fin qui non l’abbiamo preso in considerazione.

Dottor Barrilà, prego.


 DOMENICO BARRILÀ

 

Allora immediatamente mi dimetto da esperto, perché credo che l’elenco dei quesiti che sono emersi non possono trovare la risposta in qualcosa che dice una singola persona. Inoltre ritengo che prima dell’arrivo della psicologia il mondo funzionasse lo stesso. Noi, come tutti, ci guadagniamo da vivere e ogni tanto cerchiamo di capire qualcosa.

In questi venti anni ho cercato di uscire dal mio studio. Ho tenuto migliaia di conferenze in giro per l’Italia incontrando circa duecentomila persone e ancora oggi mi sento come un uomo che sta in un palazzo dalle mille finestre e ha guardato la realtà da una sola di queste. Quindi, non lo dico per fare il modesto, in realtà più credo di apprendere più mi rendo conto di essere impari, fra l’altro, a proposito di televisione, questa mia posizione mi ha creato più di un imbarazzo, perché per tendenza rifiuto di andare in televisione e non più di un anno fa mi sono preso del maleducato dalla segretaria di un noto anchorman che da tre-quattro anni tenta di portarmi alla sua trasmissione.

In realtà ho un pensiero troppo lento rispetto a quello della televisione, le mie poche apparizioni televisive le ho fatte insieme a don Zega, che è una persona amabilissima e mi lascia pensare.

Dico subito che noi non siamo "nella" società mediatica, noi siamo "la" società mediatica, perché una comunicazione non può avvenire senza un ricevente. Noi siamo un pezzo di questa società mediatica. Abbiamo però compiti assai diversi da chi organizza la comunicazione. La stampa si avvale di pinze, quindi può afferrare degli oggetti molto grossi, noi siamo i genitori, gli educatori e dobbiamo specializzarci non nelle urla ma nella captazione dei sussurri e dei silenzi, proprio quei piccoli rumori che nei casi giudiziari che sono appena stati ricordati non sono stati captati da chi doveva captarli.

Non più di un anno fa uscivo da un convegno con un collega che si è offerto di darmi un passaggio. Siamo usciti, la macchina non c’era. Lui mi ha detto: forse l’ho messa dall’altra parte, andiamo di là. E siamo andati dall’altra parte e non c’era. Allora siamo andati nel garage dove di solito mettevamo la macchina e non c’era. Lui mi ha anche detto: forse sono venuto in metro, non mi ricordo. In realtà abbiamo impiegato circa un’ora per prendere atto che gli avevano rubato la macchina.

Questo non è un fenomeno inusuale, è un fenomeno assolutamente frequente, solitamente noi cerchiamo di non vedere quello che non ci aggrada, abbiamo una percezione, per così dire, tendenziosa, ci viene naturale. È il modo di percepire comune.

Poco tempo dopo quest’episodio, Famiglia cristiana mi invita a scrivere l’editoriale, a commento dei fatti di Sesto San Giovanni: Roberto uccide Monica. Sono costretto a documentarmi sul caso e scopro che ci sono gli stessi ingredienti del furto della macchina, gli stessi medesimi ingredienti. Il giudizio dei genitori di Roberto è di stupore: non ci eravamo accorti di nulla, non potevamo neppure lontanamente immaginare una cosa del genere. Il giudizio degli amici sembra essere vicino a un realismo molto più crudo, dicono: era un prepotente, aveva difficoltà scolastiche, è stato bocciato un anno, proprio in prima superiore.

Roberto era un insicuro che rifuggiva l’idea dell’insuccesso perché la vedeva come una conferma dei propri limiti. Quindi il rifiuto di Monica per lui è stato come un incidente insopportabile.

Dunque il giudizio degli amici si è rivelato esatto. Proprio ieri, fra l’altro, abbiamo appreso che Roberto è malato. Il giudizio degli amici era più vicino alla realtà.

Ora la forte asimmetria tra le valutazioni espresse dai genitori e quelle espresse dagli amici di Roberto ci fa pensare che, sebbene involontariamente, in noi genitori scatta sempre o quasi una forma di percezione tendenziosa, quando ci sono di mezzo i figli, una percezione che è ispirata dal desiderio spesso di proteggersi dall’angoscia che talvolta la realtà dei figli ci induce. Alle volte non vediamo cose che ad altri appaiono lampanti.

La psicologia che compito si deve porre, posto vi ripeto che ha un ruolo piccolo e non grande come si vuole far credere? Si deve porre il compito di salvare i genitori da questa specie di "effetto scarafone", lo possiamo definire così, dalla difficoltà di vedere ciò che è troppo vicino. Vi leggo poche righe per farvi capire come a volte i genitori regalano del danaro a noi psicologi. Una giovane coppia, trentotto anni l’uno: "Il nostro primo figlio, Stefano, ha undici anni ma non ascolta (badate gli intervalli di tempo nelle nascite). Il secondo, che si chiama Matteo, e che ne ha quasi otto, è bravo, un’altra cosa. Ultimamente Stefano è diventato molto aggressivo a scuola. Ci hanno mandato a chiamare. Sembra che questo eccesso si sia verificato in concomitanza con l’arrivo di un altro bambino in classe, grande e grosso, col quale ha un rapporto di amore e odio. Stefano vuole sempre mettersi al centro dell’attenzione, mentre Matteo è l’opposto". La mamma è impiegata, il papà è camionista. "Sembra, mi riferiscono, che il bambino voglia essere sgridato a tutti i costi e forse è anche vero". Sentite queste altre piccole tessere del mosaico: "Un po’ prima che nascesse il fratellino abbiamo cambiato casa. Per non interrompere l’anno di asilo lo abbiamo lasciato nel medesimo plesso e la sera andava ad abitare dalla nonna paterna. Questo è durato per cinque mesi, fino a che lui si è rifiutato e alla mamma ha detto: per favore non mi mandare più via!".

Ora, vedete anche voi che non occorre uno specialista per capire che cosa è successo a questo ragazzino. Una serie di eventi stressanti, un’esperienza di rifiuto continuata e non percepita dai genitori, credetemi: genitori assolutamente in buona fede. Questa coincidenza di atteggiamenti educativi, viziati da quella che abbiamo definito la percezione tendenziosa, mi riferisco ai genitori di Roberto e ai genitori di Stefano. Quindi questa coincidenza di atteggiamenti educativi che, garantisco, sono piuttosto frequenti, non ci può in nessun caso portare a concludere sbrigativamente che i genitori di Roberto e Stefano fossero incapaci o in malafede.

Dopo i fatti di Novi Ligure qualche collega aveva anche imperversato in televisione terrorizzando i genitori. Ora io mi chiedo: noi abbiamo il diritto di fare questo? È il ruolo della psicologia questo? Non possiamo formare genitori frustrati coi nostri giudizi, perché già di per sé si percepiscono inadeguati al loro compito. Qual è il nostro compito allora? Incoraggiare, aiutare a capire, riprendendosi la responsabilità sociale della psicologia che non deve necessariamente essere chiusa negli studi professionali.

Alfred Adler, uno dei fondatori della psicologia del profondo, ispirò la nascita dei consultori nella Vienna di un secolo fa. Morì sul campo, ebbe un infarto mentre era in giro per un ciclo di conferenze in Scozia. Conferenze a educatori semplici, genitori semianalfabeti. Questa è la responsabilità sociale della psicologia che noi ci dobbiamo riprendere.

Ci sono delle ragioni di cornice che ci suggeriscono di essere cauti nell’impiantare un processo sommario ai genitori coinvolti in un’attività che diventa sempre più complessa. Ne cito solo due. Primo: nei minori è cresciuta enormemente la percezione dei loro diritti, ma sono anche cresciute le loro paure e i sensi di inadeguatezza e dunque agli educatori si chiede molto di più rispetto a ieri. Due: il basamento sociale ed economico su cui poggiamo soprattutto qui al Nord ha aperto molte falle nel tessuto familiare e in futuro potrebbe aprirne ancora di più gravi. La quasi totalità dei parenticidi in questi anni si è verificato al Nord. Non credo che sia una coincidenza geografica.

Qualche tempo fa mi sono recato a visitare un’infanticida in un ospedale psichiatrico giudiziario e ho pensato di vedere una rarità. Ce n’erano otto di infanticide, otto recenti infanticide. Possiamo forse sospettare che il modo in cui viviamo ci spezza. C’era un filosofo, credo fosse Sarte, che diceva: l’uomo non corre perché ha paura, ha paura perché corre.

La società non è un’azienda, lavoro e competizione non rappresentano valori di per sé, la quantità di eventi che noi viviamo nell’unità di tempo, qui al Nord è cresciuta enormemente nell’ultimo secolo. Troppo, per le nostre spalle.

Lo scorso secolo per andare a riscuotere una gabella, che so due secoli fa, da Milano a Casalpusterlengo un signorotto milanese impiegava tre giorni, due avanti e indietro col carrozzino e un giorno di pernottamento, adesso nella stessa unità di tempo vive una quantità di eventi impressionante, per cui gli sforzi di adattamento che vengono richiesti ai ragazzini, ai nostri figli, che spesso sono i prolungamenti delle nostre aspirazioni, sono tanti e la possibilità di ammalarsi è aumentata in modo esponenziale e questa non è virtualità, noi lo vediamo, vediamo tutti i giorni ragazzini che si spezzano. Un’insegnante di scuola materna, competente e appassionata del proprio lavoro, poco tempo fa mi diceva: sembra che i bambini pesino ai genitori, li portano alle sette e mezzo, li riprendono la sera, più tardi che possono. E poi non vogliono che li facciamo dormire al pomeriggio, così la sera vanno a letto e non disturbano.

Questo è il secondo elemento di cornice. Primo: diritti, paure e bisogni sono cresciuti. Secondo: il basamento sociale su cui operiamo è ad alto rischio. Qui non si tratta di destra o di sinistra. Torniamo a parlare dell’uomo, per piacere, usciamo da queste categorie anguste. Quali sono allora gli elementi sui quali ci dovremo concentrare in vista di un soccorso serio ai genitori?

Vorrei citarvi tre elementi, distorsioni comportamentali di noi educatori, che dovremmo cercare di emendare.

1) Il primo lo chiamo abuso di soggettività. Due anni fa sono stato interpellato da un Gip che voleva svolgessi una perizia, io non ho mai fatto una perizia, né mai ne farò in futuro. Una signora proprio da queste parti aveva ucciso il suo bambino di tre anni gettandolo in un fosso. Non dico nulla di quanto ho scritto in perizia, nulla di ciò che la signora mi ha detto, sebbene un giorno dopo averla consegnata riservatamente la perizia era su tutti i giornali. E vi garantisco che il giudice è un galantuomo, garantisco io per lui, e io mi ritengo tale. Come sia sfuggita questa perizia non lo so. Comunque da quello che è emerso sui giornali pare che la signora avesse detto di avere ucciso il bambino poiché sospettava fosse autistico e perché quella soluzione era la cosa migliore per lui.

Di solito pensiamo che questo sia un atteggiamento mentale molto lontano da noi, in realtà noi ci caschiamo tutti i giorni, tutti i giorni noi crediamo di sapere che cosa sia utile per loro e la tentazione è quella sempre di partire da noi. Esempio stupidissimo: viene una signora e mi dice, stava sudando per l’ansia: "Vorrei sapere da lei se ho dato la risposta giusta al mio bambino". Sentiamo. "Il mio bambino mi ha confessato su mia richiesta che lui nei bagni della scuola si è guardato il pisello con un altro bambino". La signora stava sottendendo un sospetto suo, un maschietto che guardava il pisello di un altro maschietto. Dico alla signora che mi piacerebbe sapere che cosa ha detto lei, questa è la risposta: "Non so se ho fatto giusto, ma gli ho detto che la maestra mi ha riferito di avere piazzato delle telecamere nei bagni e che quindi doveva stare molto attento perché la prossima volta lo avrebbero visto tutti".

Il fine di un simile intervento educativo era sedare l’ansia dell’adulto, non dare una risposta al bambino. Capite quindi l’abuso di soggettività, il punto di partenza distorto. Non credo ci sia bisogno di fare magie, se riuscissimo a non essere troppo sicuri del nostro punto di vista quando interagiamo coi figli, avremmo già fatto metà del lavoro.

2) Abuso di sociologia. I minori, in particolare gli adolescenti, di solito sono accostati non come individui ma come categoria sociale, atteggiamento che ci fa perdere i componenti elementari dei gruppi che sono i ragazzi, che sono i nostri figli. Ci troviamo nella stessa condizione in cui si trovavano i cartografi del XVI secolo quando disegnavano l’Africa. Sì, vedevamo che lì c’era un continente ma per i particolari non era molto utile quello che disegnavano. Dobbiamo ricordarci che noi educhiamo individui, non gruppi, persone specifiche e non confrontabili. Se ci fosse tempo vi spiegherei perché due persone non sono confrontabili. La Chiesa l’ha intuito con grande sapienza da prima, ma poi la neurofisiologia le ha dato ragione perché ha scoperto come funziona il nostro cervello.

Quando il Papa dice: siamo unici e irripetibili, fa un’affermazione che deriva dalla saggezza della Chiesa, ma poi la scienza ha confermato questa intuizione.

C’è il rischio di imparare molto sull’adolescenza ma di non imparare nulla sugli adolescenti.

Questo probabilmente risponde a un nostro bisogno di proteggerci, perché la responsabilità di un rapporto educativo individuale è forte e pone tanti rimandi ansiosi, quindi noi cerchiamo di buttare tutto nella massa per sedare la nostra ansia. Però vedete che questo poi c’induce a fare delle indebite generalizzazioni che diventano distorsioni culturali. Per esempio gli episodi di Novi Ligure e di Sesto San Giovanni non rappresentano la carta d’identità di giovani generazioni, della nostra giovane generazione. E poi teniamo conto che il negativo, appunto perché dicevamo la stampa ha le tenaglie e deve mangiare pezzi grossi, il negativo si presta meglio a essere generalizzato sui mezzi di informazione.

Sto correndo. Vi faccio un esempio di corsa. Lo scorso anno abbiamo letto insistentemente su tutti i giornali che una ragazza aveva avvelenato la sua compagna di università per gelosia. L’abbiamo letto talmente tanto che a un certo punto sembrava l’avesse uccisa cento volte. Negli stessi giorni, non l’ho letto sui giornali questo ma sul televideo, una riga, anzi due: un ragazzino inglese di sedici anni è andato a fare l’apprendista in una tipografia che stava fallendo. Allora siccome si intendeva di computer ha chiesto al capo se gli dava la possibilità di mettere l’azienda in rete. E il capo, che forse non sapeva neppure cosa fosse Internet, gli ha detto di si. Il sedicenne ha messo in rete l’azienda, che in un mese ha avuto commesse per cinque anni. Si diceva prima: fateci vedere il buono, fateci vedere il giusto. C’è. Purtroppo però a volte le tenaglie prevalgono sulle pinzette, sulle percezioni fini.

3) Abuso di psicologia. Lasciatemelo dire da psicanalista. Tempo fa vengono da me due insegnanti di scuola materna e mi dicono: "Abbiamo un problema, un bambino di quattro anni che tira giù i pantaloncini ai suoi coetanei e cerca di baciare loro il pisello. Lo psicologo ci dice che si tratta di una regressione alla fase orale" Ho chiesto alle insegnanti se il collega ha spiegato loro il significato di quella affermazione. La risposta è stata negativa. Semplificando cosa voglio dirvi. Noi psicologi forse dovremmo smetterla di dare i nomi alle cose, cercando di far capire ai genitori i processi che ci sono dietro. Spesso non lo facciamo semplicemente perché non lo sappiamo, quindi ci rifugiamo dietro le belle parole, ma il nostro compito è spiegare i processi. I nomi li trovate anche nell’enciclopedia.

Un’ultima cosa e concludo. Due anni fa stavo per consegnare un manoscritto alla Mondadori, ma non riuscivo a finirlo, mi mancava una pagina, la Casa Editrice mi sollecitava, ma io non avevo la conclusione, mi mancava.

Un giorno, mentre andavo in studio mi ferma una maestra e mi dice: ti puoi leggere questa poesia, una mamma mi ha chiesto se puoi commentarla in qualche tuo articolo. L’autore della poesia era un ragazzo abbandonato alla nascita. Era stato poi adottato ma abbandonato perché era troppo vivace, è stato riadottato e abbandonato perché era troppo vivace, finché una famiglia ha cominciato ad amarlo come meglio non poteva. Gli ha dato tutto, ma le ferite del rifiuto, voi lo sapete tutti, sono molto gravi e non si chiudono mai. E questo ragazzo ha cominciato a deviare finché è finito in prigione per spaccio dove si è suicidato, non prima di avere scritto questa bellissima poesia ai genitori e non prima di aver messo incinta la sua ragazza che poi gli darà post mortem un bambino bellissimo.

Ho scelto una riga di questa poesia perché questo ragazzo ha fatto in una riga quello che io in un anno non sono riuscito a fare bene nel mio libro. Guardate che cosa ha scritto rivolgendosi ai genitori, questo è il senso dell’educare secondo me, questa è sapienza distillata in un ragazzo che alle soglie della morte decide di dire la verità, dice che cosa vogliono da noi i nostri figli: "Diteci che di fronte a voi non contano i fallimenti ma conta di più l’amore vero, conta di più l’averci conosciuto". Questo è il senso dell’educare, amarli per quello che sono, poi occorre imparare quest’arte, perché l’educazione resta un’arte. Occorre quindi passione, bisogna appassionarsi.

Vi ringrazio.