"Cronaca: Bambini, adolescenti e giovani"
Ruolo della famiglia, della scuola e del territorio nella società mediatica
Atti del Seminario


DIBATTITO


Introduzione
ENZA CORRENTE SUTERA

A volte arrivano pillole di saggezza da chi non te l’aspetti e magari etichetti in altro modo. Noi abbiamo anche un’urgenza legata al fatto che questo orologio sta girando parecchio e alcuni nostri amici qui presenti al tavolo devono andar via e quindi mi sembra logico dar voce a chi vuole intervenire o a chi vuole chiedere ai nostri amici che devono lasciarci subito e che sono la signora Corradi, il dottor Damosso e Luisa Santolini. Se ci sono delle domande o dei chiarimenti, o dei commenti o delle richieste, o delle critiche, non so cosa, che volete rivolgere a loro, forse questo è il momento opportuno per farlo, poi magari faremo un altro giro di confronto e di esperienze tra noi.


DAL DIBATTITO

 

IVANA FERAZZOLI

Mi presento: sono Ivana Ferazzoli, sono un genitore e faccio parte anche di un’associazione che si chiama "Insieme per i diritti delle persone disabili e l’integrazione sociale". Perché questa doppia presentazione? Io riporto il discorso alla mia quotidianità, alla mia esperienza di tutti i giorni e quindi a una certa concretezza.

Mi ha colpito e mi ha stimolato la ricerca che è stata presentata stamattina, mi ha colpito questo indicatore di povertà di relazioni sia all’interno della famiglia, sia all’interno della scuola, sia all’interno del sistema in generale. E io, che vivo come genitore innanzitutto, ma anche come genitore con una figlia disabile e ho quindi questa doppia appartenenza, che mi ha fatto lavorare con molti genitori in questi anni, penso che forse sono anche fortunata, perché la ricerca nostra come genitori che vivono il problema della disabilità è anche la ricerca di relazione della persona che è disabile, dell’umanità che è in questa persona e quindi è un lavoro che forse altri genitori non fanno.

Questa cosa la volevo sottolineare perché è una ricchezza che secondo me va valorizzata consentendo la presenza anche ai genitori con figli disabili all’interno della scuola ai tavoli di incontro e di confronto con le istituzioni; va valorizzata e va accolta, perché se da una parte ci sono le famiglie che vivono questo problema con grande fatica, che si sentono anche con dei doveri in più perché comunque sono più complessi, le situazioni educative che loro devono affrontare con sforzo notevole, dall’altra parte qualcuno deve venire loro incontro. Se parliamo di incontro, non ci deve essere una ricerca a senso unico.

Si parlava stamattina ancora di necessità, quindi di avere dei momenti di incontro e di confronto sui valori e sui desideri. Io aggiungo anche sulle responsabilità, perché credo che sia utile capire quali sono le responsabilità di una scuola, quali sono le responsabilità della famiglia e quali sono le responsabilità delle altre istituzioni.

Per arrivare a cosa? Per arrivare a essere corresponsabili del divenire delle nostre piccole comunità. Quindi anche i giovani devono avere la loro responsabilità, io ne sono convinta. In questo mi ritengo ancora fortunata perché parlavamo ieri in un incontro con genitori con figli disabili dell’opportunità o meno di attivare un gruppo di mutuo aiuto. Sono piccoli gruppi dove i genitori si confrontano, si scambiano delle informazioni e uno spazio per pensare e per riflettere, per poi magari cambiare degli atteggiamenti, modificare delle cose. È un’esperienza che si sta facendo anche a Verola, con genitori con figli adolescenti che si sentono in difficoltà e credo che questo confronto sia utile. E un genitore diceva: ma tutta questa fatica, c’è anche il tempo adesso per incontrarci, per riflettere, cioè il fine di tutto questo poi, il tanto che ci diamo da fare, che cos’è il fine? E qualcuno ha detto: forse il fine è la scoperta dell’umanità che c’è nelle persone. Quindi questo incontro, che noi c’incontriamo, facciamo, brighiamo, se non esce l’umanità che è in ognuno di noi, qualsiasi sia il ruolo, che sia un genitore, che sia un insegnante, un’amministrazione o un giornalista, io credo che tutto il nostro da fare vada a perdersi. Grazie.

SUTERA

Ringraziamo la signora Ferazzoli perché è stata una testimonianza bellissima. Veramente bella.

 

LUISA SANTOLINI

Un secondo proprio di commento. Conosco, non la signora e non questa associazione, però dalle esperienze che ho in giro so che soprattutto i genitori che hanno un disabile, hanno una persona o un soggetto debole in famiglia, hanno il coraggio e l’umiltà di uscire dalle quattro mura della propria casa e mettere in comune i propri problemi e cercare appunto dei gruppi di auto aiuto, di scambio, di sostegno, di confronto e chiedono l’aiuto e non si peritano a farlo e hanno perfettamente ragione. Alcune associazioni sono anche ascoltate, anche "forti" perché lavorano su un grande dispiacere, una grande fatica che poi diventa anche una grande risorsa perché ci sentiamo dire che si ritiene una persona fortunata. Questa dovrebbe essere una grande lezione perché quello che io voglio dire è che i genitori che non hanno un disabile in famiglia pensano di non aver bisogno di questi gruppi di auto aiuto, pensano di essere autosufficienti, autoreferenti, pensano di non avere bisogno di aiuto e non fanno nulla per mettersi in cammino e cercare un confronto, un sostegno, un ragionamento, un percorso.

La scuola deve aiutare questi genitori e non è perché lo deve fare per gentile concessione, perché è interesse della scuola fare una cosa del genere. È interesse del preside, dei docenti, dei ragazzi avere questo tipo di percorso. Sono previste per legge, la legge sull’autonomia prevede le associazioni di fatto – così si dice, non mi piace per niente questa dizione, ma si chiamano così – sono previste le associazioni di fatto nella scuola, le associazioni di genitori che si mettono insieme e chiedono un luogo per riunirsi, una bacheca per affiggere le loro iniziative e di cercare di fare un percorso insieme. Si può partire, io sostengo che si può partire anche da qui.

 

PIERO DAMOSSO

Vorrei dire soltanto questo. Mi hanno anche coinvolto profondamente emotivamente tutti gli interventi che ho ascoltato oggi pomeriggio e direi che il cuore della questione alla fine, per quanto riguarda la mia esperienza, sta nella ricerca delle relazioni e dei significati. C’è, per il giornalista, una regola fondamentale quando comincia a scrivere un articolo, la regola delle cinque W: What, When, Where, Why, How. Spesso riusciamo a rispondere solo alle prime quattro W. E l’ultima, la più impegnativa anche, quella che ti coinvolge di più, che è poi quella che vuol dire perché è avvenuto un fatto, che ti spinge anche personalmente a uscire da quella barriera che magari ti metti davanti al fatto per cercare a volte anche di difenderti, di non farti coinvolgere troppo, resta sullo sfondo. Invece, sia la signora che è intervenuta adesso e che ha parlato di questa associazione, sia gli altri interventi ci fanno capire il valore strategico dei rapporti e dei significati. Questo è importante in un lavoro con i ragazzi, con i giovani, è importante farlo non su di loro, ma con loro. È l’aspetto che mi ha più impressionato anche della ricerca che è stata illustrata questa mattina, cioè il fatto che i giovani vogliono in qualche modo, magari non sanno come esercitare questa responsabilità, poter partecipare ai progetti che vengono a realizzarsi sul territorio.

Io credo che questo debba riguardare anche la televisione. Vedo spesso i giovani ospiti nei salotti televisivi, da Vespa, da Santoro, però non sempre prendono la parola, non sempre intervengono. Quindi, quello che vi voglio dire è che mi metto a disposizione, veramente. Quindi riparto da qui con la consapevolezza che davvero dobbiamo lavorare di più con le persone e tutte le volte che siamo chiamati a dover organizzare dei servizi o a dover coordinare il lavoro degli altri colleghi, dobbiamo veramente tener presente questo aspetto. E nel complesso del pluralismo di questa società che dobbiamo raccontare, non ci dobbiamo dimenticare appunto la questione dei valori, valori che non possono essere ridotti, come si diceva prima, l’intervento di Barrilà è stato per me molto significativo, cioè perché le persone si spezzano, si chiedeva, perché corrono, perché spesso hanno magari come spinta questo di voler arrivare, di voler continuare a guadagnare di più. Questo aspetto, diciamo, economicistico diventa l’unico vero valore, l’unico vero disvalore che conta nella vita.

Noi sappiamo che non è così e, come ci diceva Tonino Zana, sappiamo che ci sono tantissimi giovani che vivono valori profondamente diversi e che in qualche modo ogni tanto cerchiamo di raccontare. Quando noi parliamo di pluralismo, l’impegno che certo mi rende più consapevole oggi è che nono possiamo pensare soltanto al pluralismo dei partiti o di punti di vista. C’è anche un pluralismo che deve investire direttamente la questione dei valori ed è su questa che si costruiscono relazioni e significati. Grazie davvero.

 

PRESIDENTE ASSOCIAZIONE GENITORI DI COCCAGLIO

Scusate, chiedo venia, se un po’ fuori tempo massimo m’è venuto di dare un’altra testimonianza. Dato anche il tramortimento non vorrei si tramutasse in una mazzata che in ogni caso spererei salutare. Dirò questo. Io sono presidente di un’associazione genitori locale nata due anni fa nella nostra provincia, nata in riferimento all’articolo 3 del regolamento delle autonomie che è stato ricordato prima. C’eravamo messi a lavorare nei mesi precedenti e c’è stata una coincidenza di tempi in questo. L’associazione a cui ho dato vita è nata il 23 novembre 1999 in un paese della nostra provincia, non lo cito, lo si potrà capire.

A proposito di televisione, di un fatto che adesso ricordo e che abbiamo tutti chiuso questa parentesi, una madre nel mio paese ha ucciso il proprio figlio di tre anni, lo ricordate tutti e, giusto per la cronaca, dieci giorni fa c’è stata la sentenza con l’assoluzione e la condanna a cinque anni di internamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario. L’11 settembre è successo quello che è successo. Si parlava prima di ragioni di speranza. Adesso sembra che abbia il tono di chi vuole terrorizzare. Io credo profondamente al fatto che vadano ricercate ragioni di speranza , i giovani hanno bisogno di questo. Hanno bisogno di vederci credere e sperare. Segnalo, ricordo l’articolo che è uscito sul nostro Giornale di Brescia lunedì scorso, "Lo scandalo della speranza" di Mario Cattaneo, qualcuno di voi l’avrà notato. Lo voglio citare proprio per il tono biblico che era contenuto in quell’articolo. Non so se l’avete presente. Anche il fatto dell’11 settembre, io ricordo il commento che può sembrare da un lato incredibile, paradossale dell’arcivescovo di New York: "Dio – dice ricordando Tommaso d’Aquino – non permette un male se non attraverso un bene maggiore". E di fronte alla tragedia del mio paese, ci ho pensato come presidente di un’associazione genitori appena costituita, mi sono sentito in dovere di stare vicino alla famiglia. Sono stato un paio di volte a trovare la mamma e ho elogiato adesso, dopo la sentenza, così per quello che può valere, il marito, le figlie per essere stati vicini a una madre che ha commesso quello. È troppo facile richiudere questo episodio nella "povera pazza". Questa madre ha fatto questa cosa orribile, di fronte alla solitudine. Lasciamo perdere l’interpretazione psichiatrica. La solitudine in cui ci troviamo a gestire, a sentirci padroni del destino dei nostri figli e non abbiamo più la libertà di accettarli come un dono, con i loro limiti e le loro potenzialità. Questa è la dannazione della nostra generazione.

Anch’io sono uno che esce, e non voglio condannare il 68 a cui appartengo, c’è da fare i conti, lo dico ai genitori della mia generazione, con questo nostro percorso, ma in modo completo, serio e sereno, assumendoci responsabilità alle quali ci è piaciuto sfuggire, e che hanno fatto parte di tutta la temperie culturale di questi nostri ultimi trent’anni.

È il momento, secondo me, della svolta, è il momento in cui i ragazzi hanno bisogno, appunto si diceva prima, di opposizione, lo dico come insegnante e come genitore, di fermezza ma anche di gioia, anche di speranza. Se non sappiamo andare a pescare nelle nostre radici, nelle nostre tradizioni, si citava prima, anche nella pedagogia, una riflessione anche all’interno della scuola, ripartire, rivedere e trovare ragioni di speranza da dare, da consegnare e da far vedere, da vivere, non sapremo rispondere neanche a questi tremendi segnali che ci arrivano. Buona speranza e buona serata.

 

ZANA

Sulla questione di quel caso, io ho avuto modo di seguirlo, era d’inverno, io mi ricordo, c’era questa acqua gelida, c’era nebbia, non sono dati romantici, sono dati che sottolineano la rigidità di una premeditazione, c’era una premeditazione vastissima, almeno pari al silenzio della comunità. Questa comunità che si era disfatta, era visibile sotto il profilo urbanistico, era pari alla lunghezza della premeditazione. Quello che io non concepisco è che ci siano queste assoluzioni, da un punto di vista dello stato, desidero e appartengo a chi assolve da un punto di vista morale, da un punto di vista comunitario, ma ritengo che uno stato abbia le sue leggi e invece ogni tanto vedo nascere dei doppi, tripli, quadrupli stati, lo stato dell’associazione delle famiglie, lo stato dei sacerdoti, lo stato del volontariato, lo stato dei psicologi, lo stato dei giornalisti, i quali danno una loro risposta, ma non entrano a far parte completamente nello stato che è celebrato secondo una regola costituzionale.

Io dico all’amico del ’68, essendo anch’io per colpa di nessuno al ’68 perché sono nato nel ’49, altrimenti dovrei del ’22, era la stessa cosa, anche qui lo inviterei, io faccio così, è un numero spesso, non è stata una grande cosa, è stato una dissipazione senza guerra, è stato un suicidio e d’altra parte è stata partecipazione, è stato voglia di riscatto, ecc. ecc.

A Barrilà lo dico con grande amicizia e con il rispetto che credo tutti gli dobbiamo per la capacità di analizzare in maniera originale e acuta le questioni della vita e anche per questo relativismo che si autoassume rispetto al valore della psicologia. Due o tre cose che dico a Barrilà: sono spaventato, sono un po’ spaventato perché ha scelto come conclusione dei suoi interventi questo addio così dirompente. Andrebbe controevidenziato almeno con un altro addio. Quei fallimenti e quelle conoscenze, quel più di conoscere, quel meno di fallire desiderato da un ragazzo alla vigilia del suicidio, io credo che vada scandagliato con più forza, credo che Barrilà riduca la sua amabilissima e profondissima analisi di scienziato e di uomo profondamente vicino agli affetti e ai problemi psicologici dei suoi pazienti e degli uomini in generale.

Abbiamo bisogno, vogliamo avere, accetti per concittadinanza di tavolo di questo sabato, metta un’altra frase che riguardi un giovane, per esempio, che ritorna alla vita e dice: vedrete che studierò di più, vedrete che voi vi impegnerete a conoscermi di più, ma io mi impegnerò a studiare di più, che pareggi il grado della volontà del conoscere dei genitori e quindi li assolva e consenta al ragazzo attraverso una promessa di essere parimenti degno di vivere la famiglia con il padre e la madre. Grazie.

 

 PRESIDENTE DISTRETTO ORZINUOVI

Scusate, un’osservazione. La giornata è iniziata stamattina con l’intervento della dottoressa Gennari, dopo i saluti, in cui diceva che uno dei grossi problemi è che noi facciamo tante cose, ma senza preoccuparci di interpellare tutte le parti. Allora, la mia impressione è che oggi noi adulti abbiamo lavorato su un problema che riteniamo essere dei giovani, ma non abbiamo ascoltato la voce di un giovane.

 

 SUTERA

Non era esattamente così.

Il tema del Seminario è su come noi adulti, genitori, istituzioni, insegnanti, possiamo filtrare episodi di cronaca così drammatici per i nostri ragazzini, o bambini, ma anche giovani, senza venir meno al nostro ruolo col silenzio, con la condivisione – immagino nessuno condivida certe scelte efferate –, quindi era un discorso di persone e realtà che in qualche modo sono coinvolte con questo problema, in quanto educatori come realtà, come istituzione o come persone. Questo incontro non ha voluto escludere la voce dei giovani, la voce dei bambini o degli adolescenti perché la ricaduta su di loro di quanto noi facciamo era il problema di questo incontro. Non so se mi sono fatta capire.

 

PRESIDENTE DISTRETTO ORZINUOVI

Sì, ho capito, ma il mio problema resta lo stesso. Io ho avuto l’impressione che noi abbiamo lavorato su come noi genitori, noi psicologi, noi giornalisti ecc. possiamo fare per filtrare queste cose che noi viviamo in un certo modo, verso i nostri figli, verso i nostri studenti, ecc. Ma se io come genitore posso aver ascoltato la voce dei miei figli su alcune tematiche, voi avete ascoltato la voce di tanti giovani su queste tematiche, prima di dire come fare a filtrarle?

Perché, se possiamo trovare una soluzione, troviamo la soluzione per un problema giusto? Nel nostro ruolo? Oppure troviamo una soluzione di un problema che noi crediamo esserci, ma non sappiamo se effettivamente dall’altra parte è sentito nello stesso modo?

 

 SUTERA

Ma il problema è sentito da noi in questo momento. Damosso raccontava del bambino che ha chiesto: quando ricostruiscono la torre? La mamma Marina Corradi, in quanto mamma, ha detto: il mio bambino ha reagito... Quindi noi siamo venuti qui fuori, più nella nostra piccolezza quotidiana di educatori che molte volte non sappiamo che fare, che dire, che non nella nostra professionalità. Se lei ci stimola a sentire i giovani, questo dovrebbe essere lo spunto per un’altra serie di incontri che ci aiutino a formarci in questi nostri ruoli diversi.

Ce lo pone come provocazione? Va benissimo. Abbiamo raggiunto l’obiettivo del Seminario, allora. Cerchiamo questi spunti nuovi, queste nuove occasioni d’incontro con i responsabili, con il signor Cervati, con altre persone che ci aiutino in questo percorso, con le associazioni che già fanno qualche cosa. Possiamo fare queste cose? Abbiamo la volontà di farle? Ma in fondo la domanda è una sola: abbiamo la volontà di andare avanti o ci fermiamo a questo dibattito? Lei, la signora ci ha provocato. Si vuole una continuazione su queste riflessioni. In altri luoghi, in maniera forse più agile, più sminuzzata sui contenuti, legata a cose specifiche, perché un conto è occuparsi di questo aspetto, se parliamo di genitori piuttosto che di educatori, di una fascia d’età di un certo tipo un conto è quell’altro aspetto che è quello dell’adolescenza che vive questi fenomeni quasi mitizzandoli e ricadiamo, ecc. ecc. È questo che vuol dire? Signora, se abbiamo raggiunto questo, oggi abbiamo avuto il più grande successo di questa iniziativa. Perché vuol dire che non finisce qui e mi fa molto piacere che lei venga qui a sollecitarci ad andare avanti.

 

 BARRILÀ

Io credo che dovremmo andare a casa sinceramente perché vi vedo seduti da tre ore e passa e onestamente vi compiango. Comunque un secondo solo, io non replico a Zana perché ha detto delle cose che si possono condividere, tutto è condivisibile, poi questi spicchi formano l’agrume intero, però mi ricordo un episodio, l’ho sentito raccontare vent’anni fa a un ministro dell’Interno, era Scalfaro allora, si parlava a un convegno sulla droga del rapporto genitori-figli, lui venne a portare i saluti e raccontò un episodio che io ritengo pedagogicamente spendibile. Raccontò l’episodio di quando, mentre stavano andando a piedi a Gerusalemme con tutta la carovana, Gesù si perse per la strada e i genitori tornarono indietro a cercarlo, cioè l’atto del cercare il figlio io credo che debba essere alloggiato dal genitore, non può essere il figlio a cercare il genitore, questo ve lo dico anche da papà, ho tre figli, per quel poco che ho imparato credo che spetti sempre a me andare a chiarire le cose, sono in una posizione di responsabilità sostanzialmente.

Però nelle provocazioni che poneva Zana, ci sono alcune cose che andrebbero ampliate in un prossimo convegno.

Io ne cito due appena. Oggi nei genitori probabilmente è saltato un principio base che ai suoi tempi o ai miei forse funzionava ed è era il principio della testimonialità. Il genitore non parlava, testimoniava con la sua vita, il suo modo di essere. Oggi abbiamo rovesciato il rapporto fra parole e testimonianza. Parliamo molto forse testimoniamo meno. E poi c’è un’altra grande trappola che è quella del rifiuto dell’impopolarità. I genitori oggi non vogliono più essere impopolari presso i figli, e perché non vogliono più essere impopolari? Perché in un momento in cui c’è una crisi coniugale pazzesca che attraversa tutto il nostro paese indistintamente, e nel momento in cui la possibilità di scambiarsi affetti si è rarefatta, i figli sono diventati dispensatori di affetto. Quindi concediamo tutto in modo acritico e non diciamo mai no o quasi, ma non perché siamo cattivi, perché ci piace essere amati da loro, questo è un limite che abbiamo tutti, anche chi vi parla probabilmente.

Ci sarebbe da continuare, direi che adesso dopo tre ore di ascolto diventa pesante, per cui, per quanto mi riguarda mi dimetto anche da qui.

 

 SUTERA

Tocca a me concludere. Non è assolutamente facile concludere perché, come diceva la signora che è intervenuta un attimo fa, questo non può non essere che un momento di sensibilizzazione e di inizio di un percorso che viene dopo. Mi permetto di fare solo una riflessione che è emersa qui e là all’interno delle cose che sono state dette e la dico ma la faccio con altre parole. Quando noi ci occupiamo dell’educazione dei nostri figli, dobbiamo sviluppare in loro la capacità critica che hanno di porsi al mondo, di vivere la vita che a loro è dato vivere. Quindi l’azione educativa deve volgere a questo, a far crescere in loro, all’interno almeno del discorso fatto oggi, la capacità di utilizzo dei mezzi di comunicazione e quindi i genitori non possono non essere presenti nel commentare i fatti.

Che cosa voglio dire? Voglio dire che oggi il passaggio delle comunicazioni è pervasivo. Davanti all’immagine della torre che crolla, piuttosto che dei due ragazzini che vengono portati fuori perché arrestati, ecc. ecc., c’è l’adulto e c’è anche il bambino molto piccolo. Ieri queste cose cattive, fatemi usare questa parola che è molto comprensibile, erano nascoste ai bambini perché erano nettissime le differenze fra le età, queste cose le sapevano i grandi e queste le sapevano i piccoli, anzi non le sapevano: vai di là che sei piccolo. Non sto dicendo con questo che era meglio ieri, però voglio dire che oggi c’è una sorta di disordinato ingresso nella vita da parte dei bambini senza accompagnamento se noi adulti, e dico adulti, non dico giornalisti, insegnanti, genitori, o persona che passa per strada, dico adulti, cioè tutti, non ci poniamo questo problema.

Allora, se vogliamo parlare di come la cronaca arriva ai nostri figli, dobbiamo dire che dobbiamo ridimensionare il ruolo dei media, qualunque siano questi media, altrimenti ci troveremo sempre in una posizione di difesa e, deboli come siamo, se non ci mettiamo in rete, come diceva la Santolini, piuttosto che se non riflettiamo tutti sul nostro ruolo, finiamo per essere soprafatti.

Allora, e finisco con le parole di Cervati di stamattina, se noi riusciamo a dare corpo alle idee, noi daremo sostanza a ciò che ci ha motivato a quest’incontro. Grazie per la vostra partecipazione.

 

CERVATI

Non mi resta tempo. Dico solamente una cosa: grazie a tutti. E, comunque, olio di gomito e lavorare, come si suol dire dalle nostre parti.