L'Oratorio "Giacinto Gaggia" di Verolanuova   Angelino2.gif (996 byte)
                                                                                                                                        P.E.O

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Riflessioni sul Progetto Educativo dell’Oratorio
di don Giovanni Gritti


Documenti da: "L'Angelo di Verola"


Il numero del settembre 1990 de "L’Angelo di Verola", già voluminoso e ricco molto più del consueto, recava come allegato un fascicolo di 48 pagine (quasi un numero di quelli normali del nostro bollettino), numerate con cifre romane, recante in copertina il disegno, ben tracciato e simbolicamente efficace, di un compasso: era il Progetto Educativo dell’Oratorio (PEO).

Si stava per riaprire l’Oratorio, dopo più di due anni di chiusura e di snervante attesa per una ripresa dell’attività che ci vedevamo costretti a dover rimandare continuamente, smentendo date che, a più riprese, ci venivano indicate.

Dopo aver sistemato i muri, era necessario un altro ripristino, quello della mentalità: quella di coloro che avrebbero ripreso a frequentarlo e, soprattutto, quella di chi avrebbe operato in questo ambiente. E così, mentre muratori, idraulici, falegnami, lattonieri, ecc. ecc., lavoravano sodo a sistemare i muri, i Consigli dell’Oratorio (a quei tempi ancora identificati con il Direttivo Anspi) succeditisi in quel periodo furono impegnati in una seria e lunga riflessione per sistemare gli atteggiamenti: era necessaria un’opera di ricostruzione soprattutto di questi; la sistemazione del tetto e degli ambienti forniva uno stimolo che non poteva essere lasciato perdere; diversamente lo slogan che accompagnò l’avvio dei lavori - Ricostruire per costruirci - sarebbe rimasto niente di più che una frase ad effetto.

La riflessione coinvolgeva anche le altre persone che collaboravano all’opera educativa dell’Oratorio, in primo luogo i catechisti. Anche la comunità parrocchiale fu invitata a farsi sentire: attraverso "L’Angelo" venivano pubblicate di volta in volta le bozze, sulle base delle quali non giunsero però grandi suggerimenti. Da ultimo, il tutto passò al vaglio del Consiglio Pastorale Parrocchiale. Il responsabili del Segretariato Oratori di allora ebbe ad esprimere apprezzamento e ne chiese delle copie da rendere disponibili in Segretariato anche per altri.

È bello riandare con il ricordo alle persone che collaborarono alla stesura di questo testo: per quasi tutte si è verificato il ricambio. Menzioniamo solo Sr. Bartolomea, allora co-direttrice dell’Oratorio femminile, e don Francesco, fedele collaboratore e saggio, disincantato consigliere.

Sono passati molti anni (dal 1990). I muri, e non solo quelli, hanno bisogno di essere ripresi qua e là: l’umidità sa fare il suo mestiere, qualche teppistello, pure. E il Progetto? A che punto siamo con la sua attuazione?

Riscriverlo non sembra il caso, anche se qualche piccola operazione di plastica facciale non starebbe male in qualche punto. La sostanza è però più che valida, soprattutto per quanto concerne i princìpi generali.

A - Commento

Il commento, che raccoglie diversi articoli apparsi su "L’Angelo di Verola" tra il 1999 e il 2001, si limita a offrire riflessioni e qualche precisazione sulla prima parte del PEO, quella, per così dire, fondativa, con qualche brevissimo accenno alla Seconda Parte.

Non ci pare necessitare di commento l’introduzione che accompagnò il testo del PEO, datata 10 agosto 1990, festa del nostro patrono S. Lorenzo e firmata dal Prevosto, don Luigi; lo stesso vale per le "Premesse", che furono curate prevalentemente, anche se non esclusivamente, da sr. Bartolomea, superiora e co – direttrice dell’Oratorio femminile di allora, e volevano rispondere all’utilità da lei ravvisata di un minimo aggancio al passato, alla storia dell’impegno educativo della Comunità parrocchiale di Verolanuova.

Un solo accenno ad un aspetto: la prima di queste premesse afferma che "l’Oratorio di Verolanuova è distinto in due "sezioni": maschile e femminile". Si voleva con questo affermare ciò che tuttora conserva validità: unico è l’Oratorio, anche se distinto in due ambienti. Significa: una è la linea educativa, la responsabilità del Cammino di Fede (v. parte III, A3c), unica la Comunità Educativa; non esistono forme di collaborazione chiuse a compartimenti stagni, per cui potrebbe capitare che chi collabora ad attività della sezione femminile dell’Oratorio si senta contrapposto ai collaboratori di quella maschile, come in passato poteva avvenire.

Sotto all’affermazione di cui ci stiamo occupando, posta proprio all’inizio, quasi di trattasse di un principio di base, si nasconde anche la preoccupazione di affermare la pari dignità dei due ambienti di Oratorio e, quindi, il conseguente diritto di attenzione anche nei confronti dell’ambiente femminile, sia da parte della "dirigenza", sia da parte dell’utenza. Anche questo diritto rimane vero, sebbene, da quando lo stabile che ospita la sezione maschile dell’Oratorio riaprì i battenti, nel settembre ‘90, quello femminile fini con lo svuotarsi progressivamente e inesorabilmente della presenza di bambine e bambini nei pomeriggi festivi; perse, in altre termini, la sua funzione di ambiente di ritrovo, a scopo ludico, conservando quella di luogo formativo attraverso la catechesi e la preghiera, nonché di "centro pastorale" della Parrocchia. Si trattò di un passaggio piuttosto travagliato, di cui si trova un’eco nell’ordine del giorno di non pochi Consigli dell’Oratorio di quel periodo. D’altra parte non era possibile arrestare il flusso "migratorio" verso un ambiente nuovo, bello, attraente.

Comunque sia, l’Oratorio continua a vivere in due diversi ambienti; la distinzione tra ambiente maschile e femminile non ha più senso, perché sia in via Zanardelli che in via Dante la presenza è data da fanciulli, adolescenti e giovani di ambo i sessi. Si continua ad usare la dicitura "Oratorio maschile e femminile" non tanto, o non soltanto, in riferimento ai due distinti ambienti di Oratorio, quanto piuttosto per il semplice motivo che quello che si fa e si propone è destinato, quasi sempre (unica eccezione è, forse, la Scuola RUM), a fanciulli, ragazzi, adolescenti e giovani sia di sesso maschile che di sesso femminile.

 

Prima Parte

- Cap. 1: natura dell’Oratorio

Si tratta, come ben si può capire, della pagina fondamentale e fondante. In essa sono contenuti quei principi che stanno alla base di tutto quello che segue. Da come si concepisce l’Oratorio deriva anche il modo di gestirlo, la scelta di uno stile, delle attività da promuovere. Se, per es., si fosse messa alla base la concezione dell’Oratorio come ambiente la cui funzione è esclusivamente la comunicazione della fede e l’educazione alla preghiera, avremmo un luogo ove ci si reca solo per andare a catechismo e a qualche incontro di preghiera. Viceversa, se l’idea dell’Oratorio corrispondesse a quella di un centro puramente ricreativo, tutto sarebbe concentrato su questa finalità: sport, impianti di gioco, iniziative e spazi ricreativi.

Ancora: l’Oratorio non è uno spazio sacro, riservato ai soli battezzati o ai soli praticanti: è aperto a tutti. Non si chiede il certificato di Battesimo a chi vuole entrarvi: cristiano o musulmano, cattolico o ortodosso, credente o meno, praticante o grande assente dall’Eucaristia domenicale, chiunque vi entra è accetto; vi permane tranquillamente se rispetta le finalità del luogo in cui si trova; non è a casa sua se assume atteggiamenti o linguaggio che contrastano con la natura dell’ambiente e le sue finalità.

Natura: questo primo capitolo cerca di delinearla. Definire la natura di una cosa significa esprimere ciò che essa è, in che cosa consiste, la sua origine, la motivazione del suo esistere. Essa trova ulteriore chiarimento nelle finalità, di cui si parla in un successivo capitolo; queste, a loro volta, sono conseguenza della natura.

L’affermazione iniziale, al paragrafo a) è fondamentale: l’Oratorio non nasce dal pallino di una o alcune persone; non viene eretto come luogo di "parcheggio" dei figli o altro. Esso "è frutto della sollecitudine educativa della comunità cristiana". La comunità sente in sé il bisogno e la preoccupazione di educare: si dota di una struttura attraverso la quale può assolvere in parte tale compito. Scrivo "in parte", poiché non è l’unica; privilegiata per quanto riguarda l’educazione alla fede, ma non la sola e, anche in questo campo, nemmeno la più importante: prima c’è sempre (o ci dovrebbe essere) la famiglia.

"Educare" è, dunque, la "parola magica" che svela il senso dell’Oratorio. Più precisamente, educare alla fede. Tale educazione specifica, però, non spunta come fungo isolato, ma è aspetto dell’educazione globale della persona. Si ha quindi di mira la maturità umana e cristiana.

Ora, la persona è un tutt’uno. Anche il suo bisogno di giocare fa parte di lei ed è progetto di Dio: sua creazione; lo stesso dicasi del bisogno di incontrarsi, stare insieme, esprimersi, dare corso alle proprie potenzialità. Per questo in Oratorio non ci sono solo le aule di catechismo e la cappellina, ma troviamo anche altri ambienti e attività che con la formazione cristiana sembrano non avere a che fare gran che; sottolineo il "sembrano" (v. par. g). Oltre alla catechesi, troviamo allora lo sport, i Campiscuola, il Grest, la Scuola RUM (la Scuola di Lavoro), la festa per Carnevale, ecc.

L’educazione è frutto del rapporto tra le persone. La persona è il nucleo fondamentale dell’Oratorio; a formarlo sono innanzitutto le persone. Il primo oratorio di s. Giovani Bosco era essenzialmente questo: le persone, che si educavano a vicenda (perché anche gli educatori vengono educati da coloro che essi educano) e, al massimo, un cortile ove darsi appuntamento per imparare insieme a crescere e a guardare il futuro: il "cortile dei sogni".

Sarebbe bello se chi collabora imparasse a sentire l’Oratorio come la sua casa; se chi frequenta si rendesse conto di essere egli stesso Oratorio. Più che "Vado all’Oratorio", si dovrebbe dire: " Vado a fare Oratorio". Esso è tale, nella misura in cui contribuisco a "farlo essere".

 

- Cap 2: Finalità dell’oratorio

L’Oratorio, si afferma al par. d del cap. 1, è "consapevole della sua vocazione missionaria". Ciò deriva dalla finalità per la quale esso è sorto: quella sollecitudine educativa della quale già si è parlato, che si estende a tutti e perciò produce l’atteggiamento di accoglienza nei confronti di tutti, perché tutti sono persone. Il concetto di persona è uno dei contributi più importanti offerto dal cristianesimo alla nostra civiltà.

Se si accoglie ogni persona in quanto tale, tutto ciò che riguarda la persona e la sua crescita, ha cittadinanza in Oratorio. Da qui deriva la proposta di una "vasta gamma di attività, capaci di coinvolgere educativamente quante più persone è possibile": gioco, sport, gite, ecc.: "l’Oratorio non trascura nulla di ciò che può aiutare la persona a raggiungere la maturità" (cfr. ancora cap.1, par. e). "Nulla di ciò che è umano ci è estraneo" recitava un poeta latino.

Ma persona perfettamente realizzata è Gesù Cristo: è Lui l’Uomo perfetto che il Vangelo ci propone. L’orizzonte dell’attività dell’Oratorio, il suo obiettivo educativo di fondo è e rimane Lui. Egli è il "modello di umanità riuscita".

Per accogliere la persona e cercare di educarla, per educarsi insieme è necessario, si diceva, accogliere tutto ciò che la riguarda: interiorità, svago, bisogno di dialogo, ecc. Significa accogliere le manifestazioni di vita della persona stessa. Poiché la persona è "chiamata ad accogliere il dono della vita e a viverla" (cap. 1, sintesi), "l’Oratorio si mette al servizio della vita" (v. sopra, cap. 1, par. c).

Ma la vita è Cristo: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv. 14, 6): per il credente non sussiste contraddizione alcuna tra mettere al centro la persona, con la sua vita, e mettere al centro Cristo, nostra vita. Di conseguenza viene l’affermazione che apre il paragrafo c del capitolo che stiamo esaminando: "L’Oratorio mette Cristo al centro, come motivazione prima ed ultima di ciò che in esso si fa". Se c’è Cristo al centro, anche le persone sono al centro, diversamente al centro ci sono interessi individuali o di parte, ricerca di realizzazione personale, disinteresse verso ciò che non la favorisce ma, pure, è importante.

Capire che proprio laddove a Gesù Cristo viene riconosciuto il primato, la persona ha lo spazio per essere veramente se stessa e realizzarsi, è frutto dell’educazione a cui mira l’Oratorio: la capacità di integrare fede e vita (par. d).

Quanto il paragrafo appena citato afferma all’inizio, non è altro che ribadire uno dei concetti del par. d del cap. 1.

Nella sintesi finale del cap. 2 ricompare l’idea della "chiamata", già affacciatasi nella sintesi del cap. 1. Questa volta però si va un passo più in là. L’essere "chiamati ad accogliere il dono della vita" che là veniva affermato, qui si specifica come impegno nella sequela di Cristo. Per il cristiano, vivere è seguire Cristo, nostra vita (Col. 3, 4). Ma fare questo equivale a mettere "la propria vita a servizio degli altri" (cap. 2, sintesi). È così che ci si inserisce nel "piano di salvezza di Dio" (par. b).

Così, mano a mano procede, il nostro Progetto va delineando uno degli aspetti che principalmente deve interessare l’opera educativa dell’Oratorio: la scoperta, per ciascuno, della propria vocazione. Quella alla vocazione è un’attenzione che deve caratterizzare trasversalmente ogni attività dell’Oratorio; nel PEO la troviamo presente come in filigrana, soprattutto laddove compare la terminologia legata al verbo "chiamare" (v. le sintesi dei capp. 1-2) per divenire esplicito obiettivo nella parte II, passando attraverso la già chiara esplicitazione che troviamo, al par. c del cap. 2. Esso, tra l’altro afferma che la persona "va educata ...alla scoperta dei doni che possiede...metterli a servizio, nell’ambito di una scelta di vita che dev’essere aiutata ad individuare".

 

- Cap. 3: Obiettivi

Il terzo capitoletto non richiede commenti particolari; mi pare però opportuno illustrare il senso globale - che forse non emerge in maniera chiara - di questi paragrafi. Mi pare che ciò possa venire espresso da due determinazioni:

1- Per quanto possibile, nelle attività dell’Oratorio, nelle iniziative che esso promuove, occorre superare il dilettantismo pressapochistico: bisogna imparare a sapere che cosa si vuol fare, perché lo si fa, e come va fatto, allo scopo di raggiungere gli obiettivi che ci si prefiggono. È l’esigenza di una certa "professionalità", tanto più necessaria in quanto si ha a che fare con l’educazione e la formazione delle persone. Non si tratta di stilare noiose relazioni che, indicando minuziosamente e quasi maniacalmente, obiettivi, sotto obiettivi e mezzi, rischiano di rivelarsi improbabili, ma di riflettere un poco su ciò che si fa, per vedere se può essere fatto meglio e se vale la pena realizzarlo; si tratta di attuare le varie iniziative senza buttarsi a capofitto nel fare, sventatamente. È un aspetto che mi pare ancora carente.

2- Non si fanno le cose tanto per farle, perché si sono sempre fatte oppure, ancora, per inventare qualcosa di nuovo per il semplice gusto del nuovo. Bisogna chiedersi se l’attività che si sta programmando e mettendo in cantiere serve a realizzare le finalità per cui l’Oratorio esiste ed è stato voluto o se, invece, non porti a tradirle, per il tipo di attività in se stessa o per i modi attraverso cui viene realizzata. Un esempio paradossale, per capirci meglio: se il Grest diventasse un ambiente in cui i ragazzi vengono lasciati ad un comportamento intollerante, aggressivo oppure le istruzioni, da parte degli animatori, vengono impartite a suon di insulti e calci nel sedere, un’iniziativa in sé buona perderebbe il suo valore, perché non sarebbe più educativa.

 

Cap. 4: METODOLOGIA.

È un capitolo molto importante. Insieme ai tre precedenti capitoli, dovrebbe costituire un continuo riferimento per verificare la vita del nostro Oratorio e per un personale esame di coscienza dei vari soggetti che vi operano.

Il rischio, invece, consiste nel fatto che il Progetto è stato scritto, stampato e pubblicato e più nessuno si preoccupi di tenerlo sott’occhio o, almeno, di dargli uno sguardo, ogni tanto.

Ciò che viene affermato in questo capitolo è conseguente alle affermazioni dei primi due capitoli, sintetizzabili nell’affermazione che l’Oratorio è ambiente che

  1. educa e forma alla fede la persona umana;

b) attua questo suo scopo innanzitutto accogliendo le persone con le loro "domande di vita" e tenendo Cristo quale punto di riferimento a cui si guarda in tutto ciò che si fa.

Il concetto di fondo anzi, l’atteggiamento che viene individuato come qualificante è quello di accoglienza. Essa dev’essere esercitata nei confronti di tutti, senza pregiudiziali. Chiunque si presenti in Oratorio deve sentirsi accolto, anzi, atteso, sia che frequenti la catechesi, sia che ci venga solo per fare un tiro a pallone.

Questo non contraddice il fatto che la catechesi rimane l’attività principale dell’Oratorio, quella che deve assorbirne le energie migliori (umane e di altro tipo, per es. economiche: avviene sempre così?). Conseguentemente a questo, l’impegno nell’annuncio di Cristo e il cammino formativo è quello che occupa la parte più cospicua del PEO, che a questo argomento dedica tutta la seconda parte (L’"ITINERARIO FORMATIVO CATECHISTICO).

Poiché è "aperto a tutto l’uomo", "aperto alla vita", l’Oratorio cerca di raggiungere le sue finalità anche attraverso altre proposte, per mezzo delle quali realizza la convocazione, indicata come prima tappa della vita di Oratorio. Delle varie possibili attività oltre la catechesi, realizzate alla luce della natura e delle finalità dell’Oratorio e secondo obiettivi propri, parla la terza parte del PEO.

Come si vede, questo documento non presenta diversi argomenti, semplicemente accostati l’uno all’altro; anche la appena menzionata terza parte è pensata in riferimento ai principi basilari enunciati nella prima parte.

Per tornare al cap. 4 della prima parte, i vari paragrafi che lo compongono non sembrano abbisognare di particolari spiegazioni, in quanto già eloquenti per conto loro. Era utile individuare semplicemente l’atteggiamento di base che vi era sotteso, quello dell’accoglienza, ispirato al detto di Gesù: "Lasciate che i fanciulli (ma anche i ragazzi e i giovani) vengano a me" (Mc. 10, 14).

Due ultime cose, brevemente.

1- Laddove si parla della seconda tappa della vita di Oratorio, l’accoglienza (par. e), viene presentata una puntualizzazione: l’Oratorio non dev’essere semplicemente accogliente, ma educativamente accogliente. Per questo deve "farsi esigente nel chiedere rispetto per le sue finalità e per le norme della civile convivenza". Detto in parole più povere si devono accogliere tutti, certamente, purché atteggiamenti, comportamento e linguaggio siano accettabili o, quantomeno, vi sia la disponibilità a lasciarsi educare anche su questo punto. Se rinunciasse ad esigere questa correttezza, l’Oratorio cesserebbe di essere ambiente educativo.

Quella che ho appena citato è il risultato di un lavoro di limatura di una precedente formulazione più diretta, che affermava non doversi confondere l’accoglienza con un "facile irenismo", vale a dire con una "paciosità" che rinuncia a rendere chiara l’identità educativa dell’Oratorio e "lascia passare" tutto, per amore di tranquillità (irenismo vuole indicare una pace di comodo, a buon mercato, senza chiarezza).

2- L’acquisizione del concetto di accoglienza non selettiva è stato senz’altro un passo avanti rispetto all’idea di un Oratorio inteso come "recinto" per i più buoni, riservato ad alcuni. In che consista tale insufficienza avremo modo di dirlo più avanti.

 

 Seconda Parte

- Cap. 1: NATURA DELLA CATECHESI E SUA FINALITÀ GENERALE e

- Cap. 2: OBIETTIVI DELLA CATECHESI

 

Nella affermazione che la catechesi "è percorso di iniziazione alla vita cristiana" sta la premessa di quanto si è attuato un bel po’ di anni dopo, allorquando si è ristrutturato il cammino catechistico nella forma in cui ora procede, come Cammino di Inizazione Cristiana, con le sue tappe e le sue celebrazioni. Per evitare confusione, ne riportiamo a parte il progetto (v. la pagina in rete intitolata "IL C.I.C. Il cammino di Iniziazione Cristiana", su questo stesso sito).

La maniera di intendere l’incontro di catechesi come una specie di lezioncina (v. par. c) è dura a morire, sia nei catechisti che nei fanciulli e nei ragazzi. Ci vorrà ancora tempo, sarà necessaria anche qui una conversione mentale o anche di più: fare la lezioncina o andarci o mandarci i figli impegna quel tanto; camminare insieme nella fede è ben altra cosa: chiama in causa personalmente, spinge a mettersi in discussione e a cambiare vita: v. tutto il cap. 2. È a questo che la catechesi mira: cambiare mentalità, formare atteggiamenti. È uno degli elementi che la differenziano dalla lezione scolastica di religione.

 

 - Cap. 3: NOTE DI METODO

- Cap. 4: SPIRITUALITÀ E FORMAZIONE DEL CATECHISTA

 

Non servano molti commenti. Queste righe dai contenuti fondamentali sono poste come motivo di riflessione, confronto e verifica.

Non sembri una maniera più o meno elegante per scansare il dovere di scrivere; il fatto è che temi come la dimensione vocazionale, missionaria e apostolica, liturgica ed ecclesiale della catechesi ci sarebbero tante cose da dire, tante al punto che rischierebbero di diventare troppe. Senza parlare dell’altro aspetto, fondamentalissimo, della catechesi come educazione alla preghiera. Si tratta di cosa tanto determinante nella formazione di un cristiano che l’ambiente che la comunità cristiana si è data per educare alla fede ragazzi e giovani, pur contemplando altre attività, anche più cospicue riguardo al tempo impiegato, porta il nome di Oratorio: luogo di preghiera.

A questo proposito, leggiamo un brano da un articolo che fu pubblicato su "L’Angelo" di giugno ‘90, quando la riapertura dell’Oratorio era ormai prossima:

"... Il centro del nuovo Oratorio, però, non saranno i campi da gioco, né gli spogliatoi, né il salone, né la veranda tirata a nuovo e nemmeno il bar. L’Oratorio non sarà nuovo che esteriormente se non avrà un cuore. Già da alcuni mesi ormai, nella stanza destinata a diventare la piccola cappella del nostro Oratorio, è stato murato il tabernacolo che custodirà la presenza reale di Gesù risorto nell’Eucarestia. Quella cappellina, con quella presenza, dovrà essere il cuore vero dell’Oratorio. Se il cuore batte, l’organismo vive; se funziona male, anche il resto tira avanti meno peggio che può. Un cuore nuovo per il nostro Oratorio: ragazzi, giovani e animatori che pregano, che fanno dell’incontro personale con il Signore e dell’amicizia viva con Lui il motivo principale della loro presenza in Oratorio, la sorgente del loro servizio educativo. Se questo spazio tutto speciale non verrà disertato, se il nostro Oratorio avrà un cuore che batte, potrà dirsi davvero nuovo; diversamente, tutto tornerà come al giugno dell’88" (quando l’Oratorio venne chiuso per dare avvio ai lavoro di ristrutturazione - NdR).

La cosa almeno in parte si è realizzata. Inoltre sono state varie e intense, già a partire dall’inverno successivo, le esperienze di preghiere prolungata condotte dall’Oratorio in altri ambienti. Qualcuno ha scoperto il bello della preghiera, anche se si sogna che quella cappellina sia ancora più frequentata.

 

B – Per allargare gli orizzonti

 

1- Sogni nel cassetto

Il Progetto Educativo dell’Oratorio non dedica un pensiero specifico a realtà come le associazioni e i movimenti: non ne viene caldeggiata la presenza e la promozione. Tuttavia, tali realtà non furono completamente ignorate nella stesura di quel testo e, comunque, erano ben presenti nella mente di alcuni, tra i quali il sottoscritto. Fu così che, almeno, vi si accennò, anche se solo di sfuggita, a pag. XXXIV del PEO (parte III, cap. 8, par. c1.4): "Fanno parte del Consiglio dell’Oratorio: […] i rappresentanti delle eventuali associazioni presenti in Oratorio, ecc.".

Si parla di eventuali associazioni. Il pensiero, infatti, non andava tanto, o comunque non solo, a quelle già esistenti (ANSPI, CSI), una delle quali, l’ANSPI, sarebbe entrata presto in via di dismissione. C’erano due "sogni" che covavano da molto tempo, vista la loro indiscutibile utilità, ma prima ancora la loro validità ai fini della promozione di una coscienza laicale e apostolica. Quei due sogni si chiamano ACR e AGESCI. Col tempo se n’è aggiunto un terzo.

1- ACR. Significa Azione Cattolica dei Ragazzi. A Verola l’Azione Cattolica esiste tutt’ora, come gruppo degli adulti. Inoltre, fino a metà degli anni 80, gli adolescenti e i giovani che, dopo la terza media, continuavano il cammino, venivano automaticamente tesserati all’ACG (dove "G" sta per Giovanissimi e Giovani). La cosa finì abbastanza presto, in quanto l’appartenenza all’Associazione era abbastanza fittizia, poco e per nulla sentita dagli interessati. Era necessaria una coscientizzazione diversa, che poteva verificarsi, per esempio, col "tirar su" da piccoli coloro che intendevano aderirvi.

L’esperienza ACR, se realizzata come si deve, è davvero completa. Prende i fanciulli dall’età di sèi anni e, di livello in livello, li accompagna all’età adulta. In ACR è pensato un cammino per i "6-8" (ci si riferisce agli anni di età), per i "9-11" e per i "12-14". Il cammino è proposto all’interno di una forte esperienza di gruppo, un gruppo vero, non quelli, spesso tali solo di nome, difettosi di un reale riferimento anche affettivo - identificativo, che i ragazzi formano nella catechesi ordinaria. Al tempo stesso il gruppo è costantemente collegato all’intera Associazione: il cammino suo proprio si interseca e si integra con gli incontri a livello più allargato. La formazione catechetica viene integrata dalle esperienze del "mese del ciao" all’inizio del primo Tempo (ottobre), del "mese della pace" all’inizio del Secondo (gennaio), del "mese degli incontri" (nel clima pasquale). Il tutto si svolge nell’attenzione all’orizzonte liturgico, con la valorizzazione dei tempi forti e il riferimento alle solennità principali: Natale-Epifania, Pasqua-Ascensione, Pentecoste. A unificare il camino c’è poi la proposta dell’Iniziativa Annuale, che coinvolge tutti i gruppi delle tre fasce di età.

Valorizzazione del protagonismo dei ragazzi, delle varie dimensioni della loro personalità, una catechesi basata sull’esperienza concreta e, perciò, capace di parlare e far parlare la Parola nella vita, un cammino che mette in moto anche manualità e capacità motoria: l’ACR è davvero un’esperienza completa di formazione, è una delle cose di cui c’è davvero bisogno.

Per realizzarla non basta il prete: si tratta di un’esperienza laicale; richiede educatori che vi si dedichino con convinzione, passione e a tempo pieno. E siano adeguatamente preparati sia dal punto di visto "tecnico" che da quello spirituale – associativo.

Il problema è sempre stato questo, qui da noi: trovare giovani disposti a vivere l’esperienza di educatori ACR.

I vari tentativi fatti per dare vita a questa esperienza sono, fino ad ora, naufragati nel nulla di fatto: è mancata la concreta disponibilità da parte di chi dovrebbe costituirne il perno: gli educatori.

2- AGESCI. Si tratta dell’associazione degli Scouts di ispirazione cristiana. Valorizzazione di tutte le dimensioni del ragazzo, serio cammino di formazione alla fede, accompagnamento del ragazzo all’età adulta. In maniera diversa, con differenti accentuazioni e metodi, si trova in quest’esperienza quanto è offerto dall’ACR: una realtà che deve esserci, tanto più che non pochi ragazzi di Verola hanno fatto e fanno parte di "branchi" dei paesi vicini (Manerbio, Quinzano).

Da pensare il fatto che l’AGESCI, a Verola, c’era. Peccato che a suo tempo, tale esperienza sia caduta.

L’esigenza di dar vita a un gruppo scout, nel corso degli scorsi anni, fu caldeggiata più volte anche da qualche animatore, purtroppo solo a livello di auspicio, ma non di concreta possibilità a mettersi in gioco. Anche chi si dedica a questa attività, infatti, deve rendersi disponibile mani e piedi per l’avventura esaltante dell’educare.

Nel corso di questi anni più volte sono stati ospitati in Oratorio, dal pomeriggio del sabato alla mattina della domenica, gruppi di scout in uscita; qualche volta questo è avvenuto anche a Paspardo, durante la nostra permanenza al Camposcuola. Oltre al dovere della collaborazione educativa e dell’ospitalità, a determinare tale scelta è anche la segreta speranza che, prima o poi, vedendo, a qualcun "venga voglia". L’atteso effetto, finora, non c’è stato.

Per due volte, a distanza di qualche anno, sono stati invitati responsabili dell’AGESCI di Manerbio a illustrare la vita e gli scopi di quell’Associazione. Anche questi incontri non hanno avuto seguito, se non di teorici auspici.

La speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire.

3- Sport per i piccoli. Da tantissimi anni, l’Oratorio non riesce ad avere una sua squadra di calcio per i piccoli. Il discorso è il solito, vale dire che occorre chi ci crede e ha passione educativa: c’era una volta Renato…

Tentativi di collaborazione, di non pochi ani or sono, con la società che fa capo al campo sportivo comunale, sono iniziati e anche finiti. Quando compaiono figure disposte a impegnarsi un poco, succede che con difficoltà si riesca a racimolare qualche torneino nostrano di calcio, la domenica pomeriggio o in altri orari: che fatica a mettere insieme qualche squadra!

4- Centro di Aggregazione Giovanile. Nell’estate dell’85, in seguito ad appello di operatrici dell’allora USSL 43, dapprima in collaborazione anche con il Comune, si diede vita a questo servizio, con tanto di obiettore e altri operatori. Fummo tra primi e durò per alcuni anni. Ora non c’è più.

Si sa, i genitori (e anche i ragazzi, a volte) vanno al sodo: cosa ce ne facciamo di attività manuali, corsi di danza, di educazione stradale, ecc.? Fategli fare i compiti, a ‘sti ragazzi, e non se ne parli più! Un doposcuola, insomma, e niente più. Da parte nostra si diceva: anche, ma non solo.

Negli ultimi anni della sua vita, il CAG ha abbastanza languito, soprattutto per la mancanza di utenti. Un servizio lo si offre nella misura in cui viene fruito: diversamente non è onesto ricevere contributi dalla Regione, non potendo poi impiegarli per i fini per cui vengono erogati.

La colpa non è del tempo prolungato introdotto massicciamente nella Scuola media: anche a Pontevico e Verolavecchia, per far due esempi a noi vicini, la scuola offre il tempo prolungato, eppure il CAG viene fruito.

Sono stati numerosi i tentativi di rimetterlo in piedi, anche con la collaborazione di uno dei presidi passati nella nostra scuola. Ma l’utenza non ha preso consistenza.

Ciononostante, anche se ormai privi dei contributi di un tempo, si è passati ad offrire un altro servizio, questa volta agli alunni della Scuola superiore. Si chiamava Servizio di Studio Assistito. Funzionò per un paio d’anni, fino a che ci furono adolescenti interessati a fruire di questo servizio.

 

2- Oltre il PEO, per un Oratorio missionario

Il commento al cap. 4 della Prima Parte del PEO, chiudeva parlando di un’insufficienza nei principi di base del nostro Progetto Educativo dell’Oratorio. Ciò non significa che il Progetto non abbia più ragione di essere: esso conserva la sua validità ed è, salvo la carenza di cui si dice più sotto, completo nelle realtà a cui fa riferimento: magari si riuscisse ad attuarlo in tutto quanto esso propone!

Tuttavia, rimane necessario andare oltre il PEO, oltre i muri, oltre le cerchie consuete, oltre le iniziative di sempre.

L’acquisizione del concetto di accoglienza non selettiva - a patto che comportamento e linguaggio siano consoni all’ambiente - costituì un passo avanti. La constatazione dell’insufficienza dell’attuale azione di accoglienza garantita nel nostro Oratorio nasce dal fare i conti con due realtà:

1- L’invalere della vita notturna nel tempo libero dei giovani. Gli orari di chiusura del bar dell’Oratorio furono stabiliti sulla base delle indicazioni diocesane che recitano a chiare lettere che la chiusura dell’Oratorio non deve mai avvenire oltre le 23.00; i nostri orari, per il venerdì e il sabato sera, prevedono tempi più dilatati rispetto a tale direttiva. L’indicazione diocesana di orario, avvallata dal Vescovo di allora e tuttora valida, è saggia; fino a che non ci vengano comunicate differenti direttive, è dovere di chi ha la responsabilità dell’ambiente oratoriano fare in modo che si rispettino quelle vigenti.

Eppure sempre più di frequente il problema del "popolo della notte" viene a porsi all’attenzione di chi è impegnato nella pastorale giovanile. Il fenomeno della vita notturna è un dato di fatto la cui rotta nessuna strategia vale a invertire.

Dapprima essa è stata vista con atteggiamento di sospetto, quando non di condanna, alimentati dalle troppe cosiddette stragi del sabato sera. Forse perché oramai ci si sta facendo il callo, oppure per il fatto che tale fenomeno fa parte della vita di tanti, ora si tende ad accettarlo, in alcuni casi a vederlo non necessariamente come un fenomeno disdicevole e, ad ogni modo, a sentirlo come realtà che interpella gli educatori, non tanto perché questi esprimano il loro parere sulla positività o meno del fenomeno, ma perché imparino a farsi compagni di viaggio dei giovani anche nel corso della notte.

Il Papa ci sta facendo da battistrada anche in questo: alcuni anni fa centinaia di migliaia di giovani, al Congresso Eucaristico di Bologna, dopo un magnifico concerto serale, vissero l’adorazione eucaristica notturna. Il Papa era presente, almeno fino a quando poté. A Tor Vergata, la grande veglia fu, appunto, notturna. Del resto, la "madre di tutte le veglie", la Veglia pasquale che ci accingiamo a celebrare, non è affidata al tempo della notte?

Per la verità, il PEO, nel momento in cui afferma che "l’Oratorio è aperto a tutto l’uomo, è aperto alla vita" (v. Prima Parte, cap. 4, par. d; cfr. anche cap. 2, par. b), pone una premessa che lascia aperte tutte le strade che possono di volta in volta rivelarsi percorribili. Sulla stessa linea si pone l’affermazione che la prima tappa della vita di Oratorio consiste nella "convocazione: l’Oratorio crea motivi e momenti di aggregazione" (Parte Prima, cap. 4, par. e).

Un’altra premessa è rintracciabile nella distinzione che il PEO pone nella Terza Parte, al capitolo 3, paragrafo a. Vi si afferma che "il bar non è l’Oratorio, ma una delle sue attività, nemmeno la più importante", sebbene ne costituisca il "polmone" finanziario. Di conseguenza, "l’Oratorio non si identifica con il bar". Il fatto che, ad una certa ora il bar venga chiuso, non significa di per sé che lo debba essere anche l’Oratorio. È possibile un’attività di animazione che non sia legata al fatto che il bar chiuda o rimanga aperto.

Un compito che si pone all’Oratorio per il futuro è studiare iniziative in questa direzione, "proposte attraenti", come scrive il PEO nell’ultimo passo citato.

Bando agli equivoci, però: non si tratta di prolungare nottetempo l’apertura del bar o la fruizione del ping-pong. Non è questo ciò di cui v’è bisogno.

Occorre invece inventiva, creatività per riqualificare l’Oratorio e la sua presenza, in modo che possa fare proposte per la "notte", anche in collaborazione con altre realtà presenti sul Territorio. Continuare per forza d’inerzia ripetendo il "già visto" (i francesi direbbero il "déja vu") condannerebbe l’Oratorio ad un inesorabile declino.

Ma la creatività, quand’anche ci fosse, non basta, né sarebbe sufficiente la presenza di un ipotetico prete "carismatico". È necessario formare animatori, persone che ci credano e che siano capaci di giocarsi in prima persona, con inventiva, umiltà, passione educativa. Però prima occorre trovare le persone disponibili. Cosa niente affatto semplice.

Occorre guardarsi in giro per scovare eventuali idee già collaudate e elaborarne di nuove. Ci vorrà tempo, ma sarà necessario cominciare a pensarci. Già si è provato a parlare di questo, una volta, in Consiglio dell’Oratorio. Occorrerà, col tempo, ritornare sull’argomento.

2- Gesù risorto: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate…." (Mt. 28).

Se per quanto riguarda il primo aspetto, l’"insufficienza" più che nei contenuti del PEO risiede in realtà nella mancanza di iniziative e forze sufficienti, per ciò che concerne il secondo la carenza è proprio interna al testo. Nel nostro Progetto Educativo è piuttosto debole la prospettiva missionaria – apostolica.

È vero che nella Prima Parte, cap. 1, par. d e nella Seconda Parte, al cap. 2, par. d/2 tra le dimensioni di ogni cammino catechistico viene menzionata quella apostolico – missionaria, tuttavia tutto si ferma lì. Nella Prima Parte del PEO, quella dei principi generali e fondamentali, l’idea dell’Oratorio che emerge è piuttosto quella della "città posta sul monte", verso la quale gli altri camminano e convergono. Certamente è importante che l’Oratorio sappia accogliere e anche "attirare", ma non basta.

Sono tantissimi gli adolescenti e i giovani che all’Oratorio (e men che meno in chiesa) non ci vengono. Non sono "figli di un Dio minore". Si pone la necessità di andarli a cercare là dove sono, non tanto per portarli in Oratorio, ma semplicemente per incontrarli e far capire loro che Qualcuno, comunque, li ama e Cristo è morto e risorto anche per loro.

Un Oratorio (che non è dato dai muri, ma dalle persone - vedi il Commento alle pagine precedenti), quale espressione di una Chiesa che sa di non essere delimitata dai muri di una struttura e ama, e perciò cerca, anche gli "altri", deve andare oltre la soglia, cercare i "muretti", andare per strada.

Una certa consapevolezza riguardo a questo aspetto era già presente anche prima, dal momento che alcuni anni fa venne appoggiata e sollecitata la partecipazione di alcuni giovani ad un corso curato dalla Diocesi per animatori di strada.

Anche questa "impresa" richiede un insieme di presenze educative che attualmente non c’è se non in misura inadeguata. Non è pensabile che il prete possa fare tutto. Deve diventare sempre più chiaro che la Chiesa non è solo affare sua e che ogni credente, come la Chiesa di cui è parte, è per natura sua missionario (cfr. AG 2a).

È un’altra delle sfide per il futuro.

Ambedue gli aspetti - o, se si preferisce, le carenze - qui presentate fanno appello a due fattori: la formazione di animatori – evangelizzatori; la collaborazione sempre più stretta a livello di Zona pastorale, una condivisione di idee, sforzi e iniziative. Che è quanto dire, almeno in buona parte, realizzare le unità pastorali.

Formazione degli operatori e realizzazione delle unità pastorali: neanche a farlo apposta si tratta di indicazioni ben precise che alla nostra Chiesa bresciana vengono date dal vescovo Giulio.

Qualche cosa, pur tra altri ebassi, si sta muovendo; soprattutto per quanto riguarda il secondo aspetto, la Consulta di pastorale giovanile, nonché Èquipe Vocazionale, sta cominciando a muoversi. Creare affiatamento tra gli adolescenti e i giovani che vivono e lavorano negli Oratori della nostra Zona sarebbe già un buon passo. L’affiatamento a livello di "curati" si sta formando; speriamo che questo favorisca quello.


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