RBV                  slow-hand  jazz                  Angelino2.gif (996 byte)
.


L'inizio
Home musica
 
Siti musicali

 

Appuntamenti

Home RBV

Mappa del sito

Scrivici:

 mail.gif (2809 byte)


La musica Jazz   

  1. Il Jazz

  2. Le origini

  3. La storia

  4. Il Jazz di New Orleans

  5. L'impatto di Armstrong

  6. Chicago  e New York

  7. Il pianoforte Jazz

  8. L'epoca delle grandi orchestre

  9. Il rapporto con la musica leggera e classica

  10. Gli anni Quaranta e il dopoguerra

  11. Dalla fine degli anni Cinquanta ai Settanta

  12. Gli anni Ottanta e Novanta

  13. Il Jazz in Italia

  14. Dizzy Gillespie

Jazz

Genere musicale nato negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento. Poiché già in origine il jazz si frammentò in numerosi stili diversi, più che una singola definizione è possibile avanzare qualche generalizzazione.

Il jazzista improvvisa all'interno delle convenzioni dello stile adottato. Di norma, l'improvvisazione segue il giro armonico di una canzone preesistente o di una composizione originale. I musicisti imitano gli stili vocali dei cantanti, con l'uso di glissando e slide, sfumature di altezza (come le cosiddette "blue notes", le note leggermente bemollizzate nella scala del blues), e altri effetti.

Il ritmo è caratterizzato dall'uso costante del sincopato (con accenti in posizioni impreviste) e dallo "swing": una sensazione di spinta trascinante dovuta al fatto che la melodia viene percepita ora insieme ora leggermente sfasata rispetto all'attesa scansione della misura. Le partiture scritte, quando ci sono, fungono meramente da guida, fornendo la struttura in cui inserire l'improvvisazione. La strumentazione tipica ha come nucleo una sezione ritmica costituita da pianoforte, contrabbasso, batteria e a volte chitarra, alla quale si può aggiungere la più grande varietà di strumenti. Nelle grandi orchestre, i fiati sono raggruppati in tre sezioni: sassofoni, tromboni e trombe.

Il jazz si basa sul principio che alla progressione di accordi di qualsiasi canzone si può adattare un numero infinito di melodie. Il musicista improvvisa nuove melodie che rispondono a quel giro armonico, il quale viene ripetuto a ogni intervento di un nuovo solista.

I modelli formali più frequenti sono quelli del song e del blues. Il primo ha la forma AABA, e consiste abitualmente in trentadue battute in o suddivise in quattro sezioni da otto battute; la seconda forma è quella del blues, in dodici battute. A differenza del song, il blues ha un giro armonico abbastanza standardizzato in mi-la.

Torna al sommario

Origini

Il jazz affonda le sue radici nel patrimonio tradizionale della musica afroamericana: tratti residui della musica dell'Africa occidentale, forme di musica folk sviluppatesi nel Nuovo Mondo, musica europea popolare e classico-leggera del Sette-Ottocento, e forme musicali leggere posteriori influenzate dalla musica nera o prodotte da autori neri.

Il contributo della musica europea sta nell'aver fornito specifici stili e forme, inni, marce, valzer, quadriglie, e altra musica di danza, musica teatrale leggera, musica lirica, oltre a elementi teorici, in particolare l'armonia, sia come repertorio di accordi sia legati alla forma musicale.

Tra gli elementi di musica popolare nera che hanno influito sul jazz vi sono la musica per banjo dei minstrel show, i modelli ritmici sincopati derivati dalla musica latinoamericana, lo stile pianistico dei musicisti da taverna del Midwest, e le marce e gli inni suonati dalle bande di ottoni nere alla fine dell'Ottocento. Verso la fine del secolo nacque un genere che ebbe una forte influenza, il ragtime. Dopo il 1910 il compositore e direttore d'orchestra W. C. Handy pubblicò i suoi blues: molto amati dagli esecutori, trovarono la loro più grande interprete in Bessie Smith.

Torna al sommario

Storia

In origine, il jazz era suonato da piccole bande di giro o da pianisti. Il repertorio, oltre al ragtime e alle marce, comprendeva inni, spiritual e blues. Le bande suonavano una musica, non di rado modificata da sincopi e accelerazioni, in occasioni di picnic, matrimoni, parate e funerali. Anche se il blues e il ragtime ebbero un'origine indipendente dal jazz, e continuarono a evolversi parallelamente a esso, questi generi ne influenzarono lo stile e le forme e costituirono importanti veicoli per l'improvvisazione jazzistica.

Torna al sommario

Il jazz di New Orleans

Verso l'inizio del Novecento emerse il primo jazz pienamente documentato: il suo epicentro fu New Orleans, in Louisiana. Nel jazz di New Orleans, la cornetta o la tromba presentavano la melodia, il clarinetto sosteneva il controcanto e il trombone seguiva il fraseggio ritmico e le note fondamentali degli accordi. A questo trio di base, la tuba o il contrabbasso fornivano la linea del basso e la batteria l'accompagnamento ritmico.

Le prime incisioni di jazz risalgono al 1917 e si devono a un'orchestra bianca di New Orleans, The Original Dixieland Jazz Band, che fece immediatamente scalpore all'estero e negli Stati Uniti, al punto che il termine "dixieland" finì per indicare lo stile di New Orleans suonato dai bianchi. Seguirono altri due gruppi, uno nero e uno bianco: a partire dal 1922 i New Orleans Rhythm Kings e nel 1923 la Creole Jazz Band diretta da King Oliver. Altri importanti esponenti di questo stile furono i trombettisti Bunk Johnson e Freddie Keppard, il saxofono soprano Sidney Bechet, il batterista Warren "Baby" Dodds, e il pianista e compositore Jelly Roll Morton. Il musicista più influente formatosi a New Orleans fu però la seconda tromba di King Oliver: Louis Armstrong.

Torna al sommario

L'impatto di Armstrong

"Satchmo" Armstrong era uno straordinario improvvisatore. Modificò la scena del jazz portando il solista in primo piano, e nei suoi gruppi di incisione, gli Hot Five e gli Hot Seven, dimostrò che l'improvvisazione nel jazz poteva andare ben al di là dei semplici abbellimenti e arrivare a creare nuove melodie a partire dalla successione armonica del motivo iniziale. Fissò anche il modello per tutti i cantanti successivi, non solo per il modo in cui alterava le parole e le melodie delle canzoni, ma anche improvvisando senza parole, usando la voce come uno strumento, con la tecnica dello scat.

Torna al sommario

Chicago e New York

 Gli anni Venti furono un decennio di sperimentazione e scoperte. Molti musicisti di New Orleans, come Armstrong, si trasferirono a Chicago dove diedero vita a uno stile connotato da ritmi più tesi e trame più fitte oltre che da una maggiore attenzione ai solisti. Tra i nomi maggiori di questo stile si ricordano il trombonista Jack Teagarden, il banjoista Eddie Condon, il batterista Gene Krupa e il clarinettista Benny Goodman. Attivo a Chicago era anche Bix Beiderbecke, il cui approccio lirico alla cornetta offriva un'alternativa allo stile trombettistico di Armstrong. Molti musicisti di Chicago in seguito si insediarono a New York, altro centro importante del jazz degli anni Venti.

Torna al sommario

Il pianoforte jazz

 Tra gli strumenti, un altro veicolo per gli sviluppi del jazz in questo decennio fu il pianoforte. Il quartiere newyorkese di Harlem divenne il centro di uno stile solistico molto tecnico e trascinante noto come stride piano. Ne fu pioniere James P. Johnson, al quale si deve il merito di aver lanciato Fats Waller che in poco tempo divenne il più noto pianista stride. Un secondo stile pianistico, il boogie-woogie, si sviluppò in questo periodo per poi raggiungere la massima popolarità negli anni Trenta e Quaranta.

Il pianista più innovativo degli anni Venti, paragonabile ad Armstrong e presente in alcune delle migliori incisioni di quest'ultimo, fu Earl "Fatha" Hines, dotato di una sbrigliata e imprevedibile fantasia. Il suo stile influì su molti pianisti della generazione successiva: in particolare Teddy Wilson che negli anni Trenta avrebbe suonato con Benny Goodman, e Art Tatum, che sfruttò il suo talento sbalorditivo soprattutto come solista.

Torna al sommario

L'epoca delle grandi orchestre

 Sempre negli anni Venti, molti musicisti si trovarono a suonare assieme; presero a modello le orchestre da ballo e diedero vita alle cosiddette big bands, orchestre che divennero popolarissime negli anni Trenta e all'inizio dei Quaranta, la cosiddetta "era dello swing". Tra le innovazioni rispetto allo stile di New Orleans, oltre a nuovi ritmi più fluidi, i musicisti usavano brevi frasi melodiche, i riff, secondo un modello di chiamata e risposta in cui erano impegnate le varie sezioni strumentali.

Lo sviluppo della big band nel jazz fu dovuto soprattutto a Duke Ellington e Fletcher Henderson. Henderson e il suo arrangiatore, Don Redman, contribuirono a introdurre la partitura scritta, ma si sforzarono anche di fare propria la qualità di improvvisazione caratteristica della musica degli organici più piccoli. In questo furono aiutati da solisti dotatissimi come, ad esempio, Coleman Hawkins, talento del sax tenore.

Negli anni Venti, Ellington fu a capo di un'orchestra in uno storico locale di Harlem, il Cotton Club, la cui atmosfera è stata magistralmente ricostruita nell'omonimo film di Francis Ford Coppola (1984) con Cab Calloway nella parte di se stesso. Duke Ellington, continuando a dirigere la sua orchestra fino alla morte (1974), compose coloriti pezzi sperimentali da concerto dalle durate variabili: dai tre minuti di Koko (1940) all'ora di Black, Brown, and Beige (1943), oltre a canzoni come Solitude e Sophisticated Lady. Più complessa e raffinata rispetto a quella di Henderson, la musica di Ellington riusciva a fare dell'orchestra un insieme compatto, con assolo scritti tenendo presenti le specifiche qualità di strumenti ed esecutori. Altre orchestre nella tradizione di Ellington e Henderson furono quelle di Jimmie Lunceford, Chick Webb e Cab Calloway, passato alla storia per la celeberrima Minnie The Moocher, a cui si deve la scoperta di Dizzy Gillespie.

Un diverso stile di jazz orchestrale si sviluppò a Kansas City alla metà degli anni Trenta. Il maggiore rappresentante dello stile di Kansas City fu William "Count" Basie con la sua band. L'improvvisazione rimaneva al primo posto, e i passaggi scritti, o semplicemente memorizzati, erano relativamente brevi e semplici. I fiati intrecciavano riff collettivi fortemente ritmici, e nelle pause si inserivano lunghi assolo. Il saxofono tenore di Basie, Lester Young, in particolare suonava con una libertà ritmica che raramente compariva nelle improvvisazioni dei solisti di altre orchestre. Il tono delicato di Young e le sue lunghe e fluide frasi melodiche punteggiate da occasionali sonorità da avanguardia aprirono la strada a un approccio totalmente nuovo.

Altri strumentisti che, con il loro suono, determinarono l'evoluzione del jazz degli anni Trenta furono il trombettista Roy Eldridge, il chitarrista Charlie Christian, il batterista Kenny Clarke e il vibrafonista Lionel Hampton. Il canto, in questo decennio, si fece più flessibile e stilizzato: grandi interpreti del periodo furono Ella Fitzgerald e soprattutto Billie Holiday.

Torna al sommario

Il rapporto con la musica leggera e classica

Grazie all'opera di pionieri come Armstrong, Ellington, Henderson e altri, il jazz era diventato la musica più diffusa nell'America degli anni Venti e Trenta. Alcuni musicisti, come il direttore d'orchestra Paul Whiteman, fusero il jazz con la tradizione della musica classica e leggera. L'orchestra di Whiteman fu anche la prima a eseguire i brani di George Gershwin. Più vicine alla tradizione dell'improvvisazione virtuosistica furono invece le orchestre di Benny Goodman, GeneKrupa e Harry James.

Fin dai tempi del ragtime, i compositori di jazz avevano sempre provato grande ammirazione per la musica classica. Ma è con l'era dello swing, grazie anche all'eccezionale fiorire di talenti, che si assiste alla diffusione della tendenza di "jazzare" i classici: videro la luce capolavori come Bach Goes to Town (Benny Goodman) ed Ebony Rhapsody (Ellington e altri). D'altra parte, anche i compositori di musica da concerto pagarono il loro tributo al jazz, con risultati, anche in questo caso, di altissimo livello, come Contrasts (1938, commissionato da Goodman, di Béla Bartók); Ebony Concerto (1945, commissionato dall'orchestra diretta da Woody Herman (1913-1987) di Igor Stravinskij). Oltre a Gershwin, altri compositori come Aaron Copland, Darius Milhaud e Šostakovic introdussero nelle loro opere lo spirito del jazz.

Torna al sommario

Gli anni Quaranta e i decenni del dopoguerra

 Il musicista jazz che negli anni Quaranta ebbe la maggiore influenza fu Charlie Parker, capofila di un nuovo stile denominato bebop, rebop o bop. Come Lester Young, Charlie Christian e altri solisti di rilievo, anche Parker aveva suonato in orchestra. Durante il secondo conflitto mondiale, tuttavia, l'economia dello stato di guerra aveva determinato il mutare dei gusti e il numero delle big band era stato drasticamente ridimensionato. Molte grandi orchestre chiusero e il loro declino fu direttamente proporzionale all'ascesa del bebop: il mondo del jazz subì una radicale rivoluzione.

Con l'avvento del bebop, del "vecchio" jazz rimase solo il principio dell'improvvisazione su un giro di accordi. Tutto il resto mutò. I tempi si fecero più veloci, le frasi più lunghe e più elaborate; la gamma emotiva si arricchì di tonalità molto più aspre. I musicisti iniziarono a prendere coscienza di se stessi come artisti e si fecero più restii all'idea di fare solo e soltanto un prodotto commerciale di intrattenimento leggero.

Su tutti spiccava il genio di Parker, l'unico in grado di eseguire ogni brano con il suo saxofono, in qualsiasi tempo e tonalità. Creò melodie stupende collegate in modo avanzatissimo all'armonia soggiacente, con una varietà ritmica infinita. Parker si circondò di un gruppo di talenti eccezionali, come il trombettista Dizzy Gillespie, noto per la sua formidabile velocità ed estensione oltre all'audace senso armonico, il pianista Earl "Bud" Powell e il batterista Max Roach. Grande rinomanza ebbero anche il pianista e compositore Thelonious Monk, il trombettista Fats Navarro e la cantante Sarah Vaughan.

La fine degli anni Quaranta produsse un'esplosione di sperimentazione. Ammodernate rifiorirono le grandi orchestre, come quelle di Gillespie e Stan Kenton, accanto a piccoli gruppi formati da musicisti innovativi come il pianista Lennie Tristano.

Il clima straordinario diede frutti eccezionali; di assoluto rilievo, a questo riguardo, furono le incisioni realizzate nel 1949-50 da un'insolita formazione, il nonetto diretto da un giovane trombettista allievo di Charlie Parker: Miles Davis. Davis, che di lì a poco si sarebbe rivelato come uno dei più grandi talenti mai espressi dal jazz, impressionò subito pubblico e critica per la sua naturale capacità di coniugare, negli arrangiamenti scritti, un tono molto morbido a un'estrema complessità: era nato il "cool" jazz. Rifinito da esecutori come i tenorsaxofonisti Zoot Sims e Stan Getz e dal sax baritono Gerry Mulligan (in coppia con il trombettista "maledetto" Chet Baker), il cool jazz fiorì sulla costa occidentale degli Stati Uniti per un intero decennio. Nello stesso periodo si affermò anche il quartetto di Dave Brubeck, un pianista autore di un repertorio costituito da una raffinata miscela tra musica classica e jazz.

Altri autori, specie sulla costa est, continuarono a portare avanti la tradizione del più acceso e trascinante bebop: l'hard bop. Tra i maggiori esponenti dell'hard bop vi sono il trombettista Clifford Brown, il batterista Art Blakey e, soprattutto, il sax tenore Sonny Rollins. Un altro derivato dello stile di Parker fu il soul jazz del pianista Horace Silver, del sax alto Cannonball Adderley e di suo fratello, il cornettista Nat.

Torna al sommario

Dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Settanta

 Diversi nuovi approcci caratterizzarono questa fase del jazz. Gli anni attorno al 1960 sono, con gli anni Venti e Quaranta, tra i periodi più fertili della storia del jazz.

Il jazz modale

 Nel 1955 Miles Davis organizzò un quintetto che vedeva al saxofono tenore e al soprano John Coltrane, il cui stile produceva un forte contrasto con le linee melodiche ricche, pacate ed espressive di Davis. Con un eccezionale senso della forma e del ritmo, Coltrane esplorò ogni forma armonica, trovando il proprio stile in lunghissimi assolo fatti di serie di note brevissime – "sheets of sound" – eseguite con velocità e passione. Nel 1959 partecipò all'incisione di Kind of Blue di Davis, uno dei più importanti dischi della storia, vera e propria pietra miliare del jazz. Assieme al pianista Bill Evans, Davis creò per questo album una serie di pezzi che mantenevano la stessa tonalità e modalità anche per sedici battute di seguito (da qui la definizione di "jazz modale" ) lasciando la massima libertà di improvvisazione.

Coltrane, da parte sua, si spinse dapprima ai limiti della complessità del bop in Giant Steps (1959), e quindi si rivolse all'altro estremo, il jazz modale. Questo stile dominò il suo repertorio a partire dal 1960, quando incise My Favourite Things usando un arrangiamento aperto in cui ogni solista rimaneva nella stessa modalità per tutto il tempo desiderato. Del quartetto di Coltrane facevano parte il pianista McCoy Tyner e il batterista Elvin Jones, esecutori dalle spettacolari doti musicali.

La third stream e l'avanguardia

 Un altro prodotto della sperimentazione degli anni Cinquanta e Sessanta fu il tentativo del Modern Jazz Quartet di John Lewis di fondere jazz e musica classica in una "terza corrente" che univa musicisti provenienti da Stati Uniti ed Europa, con un repertorio che attingeva alle tecniche di entrambi i generi.

Attivo in questi anni fu anche il compositore, bassista e direttore Charlie Mingus; molto controverso fu il sax alto Ornette Coleman, le cui improvvisazioni, in alcuni momenti addirittura atonali, facevano a meno completamente delle progressioni armoniche, pur conservando lo swing ininterrotto tipico del jazz. Se il suono e la tecnica cruda di Coleman scandalizzarono alcuni puristi, non pochi furono coloro che riconobbero negli assolo del sassofonista un'originale e sincera ricerca combinata con un raro senso della forma. Coleman influenzò un'intera avanguardia jazzistica, il free jazz, fiorita negli anni Sessanta e Settanta. Il "free jazz" è una corrente che si basa, stilisticamente, su una grande libertà improvvisativa rispetto alla struttura delle sequenze armoniche con una decisa propensione per la centralità dei valori timbrici e, contenutisticamente, su una rivisitazione in chiave dissacrante della storia del jazz a cui affianca il recupero delle origini afroamericane della musica. Tra i principali protagonisti basti ricordare l'Art Ensemble of Chicago, il clarinettista Jimmy Giuffr, il pianista Cecil Taylor, Coltrane, Sun Ra, e, più tardi, Archie Shepp, Don Cherry e certi aspetti della musica di Chick Corea e Gato Barbieri.

Sviluppi del mainstream

Intanto, il mainstream, la corrente principale del jazz, pur accogliendo molte idee melodiche di Coltrane e anche alcuni pezzi modali, continuava a costruire le sue improvvisazioni sui giri di accordi delle canzoni. All'inizio degli anni Sessanta si aggiunsero al repertorio le canzoni brasiliane, specialmente quelle della bossa nova. A questo repertorio sono indissolubilmente legati i nomi di Stan Getz, del flautista Herbie Mann oltre a Tom Jobim e João Gilberto. Molti gruppi affiancarono alla batteria percussioni di origine caraibica.

Il trio fondato dal pianista Bill Evans affrontava i song classici con grande profondità, e i musicisti interagivano tra loro costantemente anziché presentare gli assolo a turno: l'approccio interattivo fu spinto ancora più in là dalla sezione ritmica del quintetto di Davis a partire dal 1963.

La fusion

 Alla fine degli anni Sessanta, il jazz subì una grave crisi. Il pubblico dei più giovani preferiva il soul e il rock, e i vecchi appassionati si sentivano respinti dall'astrattezza e dall'asprezza di molto jazz contemporaneo. I musicisti capirono che per riguadagnare un pubblico dovevano prendere idee dalla musica popolare. Alcune di queste idee vennero dal rock, altre dai ritmi di danza e dalle progressioni armoniche di musicisti soul come James Brown. Alcuni gruppi aggiunsero anche elementi presi da altre culture musicali. Gli esempi iniziali di questa nuova fusion incontrarono un successo alterno, finché, nel 1969 Miles Davis incise Bitches Brew: un capolavoro che combinava in modo perfetto ritmi soul e strumenti amplificati elettronicamente, con un jazz rigoroso e fortemente dissonante. Non sorprende che elementi dei gruppi di Davis abbiano in seguito dato vita ai dischi fusion più significativi e di maggior successo degli anni Settanta: Herbie Hancock, il sassofonista Wayne Shorter e il tastierista Joe Zawinul (fondatori dei Weather Report), il chitarrista John McLaughlin e il pianista Chick Corea. I musicisti rock, a loro volta, cominciarono ad adottare fraseggi e assolo jazzistici sui ritmi della loro musica. Oltre ai Weather Report, tra i gruppi più celebri si ricordano i Return to Forever, i Manhattan Transfer e i Blood Sweat and Tears.

In questo stesso periodo un altro ex collaboratore di Davis, il pianista Keith Jarrett, raggiunse il successo commerciale pur rifiutando gli strumenti elettronici e gli stili popolari. Le sue esecuzioni di standard famosi e di pezzi originali, in trio (con Gary Peacock al basso e Jack De Johnette alla batteria) o da solo (The Köln Concert, 1975), lo segnalano come uno dei maggiori pianisti contemporanei insieme a Chick Corea.

Torna al sommario

Gli anni Ottanta e Novanta

 Alla metà degli anni Ottanta, si è assistito a un rinnovato interesse per il jazz. Tra i protagonisti di questa nuova fioritura vi sono i due fratelli Marsalis, il trombettista Winton, acclamato anche per le sue esecuzioni di Bach, e Brandford, sassofonista più aperto a suggestioni rock. Anche se il jazz rimane un prodotto essenzialmente statunitense, il suo pubblico internazionale ha fatto sì che si formassero musicisti e scuole molto interessanti anche al di fuori degli Stati Uniti: in questo senso particolarmente significative sono state le esperienze del pianista francese Michel Petrucciani e quella della scuola scandinava, dalla quale sono usciti raffinati musicisti come il sassofonista norvegese Jan Garbarek o il chitarrista David Torn. In questi anni, lo sviluppo del jazz in Europa è stato reso possibile grazie anche a manifestazioni come il festival jazz di Montreux, in Svizzera, e soprattutto Umbria Jazz, una delle più importanti manifestazioni a livello mondiale. Il jazz degli ultimi quindici anni presenta un panorama frastagliato molto difficile da categorizzare. Alcuni musicisti, come il chitarrista Pat Metheny, perseguono un'elegante commistione tra linguaggio jazzistico e musica di consumo; altri, come il sax tenore Michael Brecker, riprendono l'esperienza del jazz elettronico degli anni Settanta e Ottanta; altri ancora, come Garbarek, hanno sviluppato uno stile molto lirico che fonde jazz, tradizioni nordiche e atmosfere new age; infine i pianisti Hilton Ruiz e Chico Valdes attingono dal patrimonio delle ritmiche afrolatine. La difficoltà principale di questo genere musicale che si avvia verso il Duemila è quella di ritrovare, nel solco della tradizione improvvisativa, un'identità resa sempre più problematica dal mutare delle condizioni storiche e sociali della cultura che l'ha generata. Da idioma specifico dei neri afroamericani, specchio di una cultura connotata dall'alterità (se non dall'estraneità) rispetto a un ordine sociale consolidato, il jazz ha subito trasformazioni che ne hanno mutato profondamente l'aspetto. Ha conosciuto l'alfabetizzazione, con l'introduzione di partiture scritte, e una crescente elaborazione teorica; e ancora l'europeizzazione e l'apporto della tradizione "bianca"; infine, il contatto con la musica colta e le pressioni del mercato discografico. Oggi il jazz è un linguaggio internazionale, aperto a molte influenze e carico di potenzialità, ma anche esposto ai rischi soffocanti di una tradizione divenuta storia. Una serie di musicisti è ancora in piena attività e si muove lungo coordinate consolidate e tuttora vitali: è il caso di Keith Jarrett, del sassofonista Steve Lacy e del pianista Cecyl Taylor, che integra lucidamente l'energia delle radici africane, la tradizione europea e la musica colta contemporanea. Per gli altri, si pone il problema di ripensare la tradizione, attingendo dalla consapevolezza del passato le ragioni di una musica del presente. Il pianista Cedar Walton è un punto di riferimento di una tendenza, il "modern mainstream", volta a rielaborare materiali e idiomi del patrimonio storico al servizio di un nuovo progetto espressivo. Correlato a questa tendenza è il fenomeno della scolarizzazione della musica jazz, il cui linguaggio viene progressivamente razionalizzato, esposto in metodi e trattazioni sistematiche e reso oggetto di insegnamento.

Torna al sommario

Il Jazz in Italia

Il jazz italiano presenta oggi una notevole fioritura, apprezzabile soprattutto se si considerano le disagevoli condizioni di mercato e la lentezza con cui questa musica si è diffusa nel nostro paese. Dopo gli esordi pionieristici, legati al nome del fisarmonicista Gorni Kramer, attivo tra le due guerre, l'Italia ha conosciuto una regolare e diffusa vita musicale jazzistica solo a partire dagli anni Cinquanta. Una caratteristica peculiare del jazz italiano risiede nel fatto che il suo sviluppo si è svolto su un duplice binario che ha visto coinvolti, sin dagli inizi, artisti e teorici. In questo senso, un apporto fondamentale è venuto da Massimo Mila, Giancarlo Testoni (cofondatore nel 1945 di "Musica Jazz", la più importante rivista italiana) e, soprattutto, dalla passione di Arrigo Polillo (1919-1984), autore del fondamentale Jazz (1975), uno tra i più completi libri sul jazz mai scritti. Tra il dopoguerra e gli anni Settanta, è maturata una generazione di musicisti che si è affermata sulla scena internazionale. Il pianista Giorgio Gaslini, tra i primi seguaci del bebop in Italia, è stato un attivo sperimentatore di tecniche e linguaggi diversi, inclusa l'improvvisazione free. Franco D'Andrea ed Enrico Pieranunzi si sono attestati sulla linea di un hard bop eclettico di altissimo livello, in equilibrio tra tradizione pianistica e ricerca. Il chitarrista Franco Cerri ha sviluppato un raffinato approccio cameristico ed è riuscito sempre a mantenere una certa distanza rispetto ai modelli prestabiliti. Ma i musicisti che hanno contribuito allo sviluppo del jazz italiano sono moltissimi e provenienti da esperienze molto diverse; si va da Enrico Rava (tromba) a Gianluigi Trovesi (sax); da Giancarlo Schiaffini (trombone) a Enrico Intra (pianoforte); da Gilberto Cuppini (batteria) a Eraldo Volonté (sax tenore); da Sante Palumbo (pianoforte) a Gaetano Liguori (pianoforte), a Bruno Tommaso (contrabbasso); da Gianni Coscia (fisarmonica) ad Armando Trovajoli (pianoforte). Tra i più giovani, vi è il trombettista Paolo Fresu, dotato di una sonorità morbida e caldissima, e il pianista Stefano Battaglia, emancipatosi dall'influenza di Keith Jarrett per aprirsi a un linguaggio aperto a suggestioni new age arricchito da una grande padronanza delle tecniche della musica classica contemporanea. Oltre a Umbria Jazz, che offre la possibiltà di vedere suonare dal vivo le più grandi stelle, un'istituzione stabile in Italia è costituita dai seminari di Siena Jazz, punti di incontro per docenti e allievi di ogni livello, dai principianti a coloro che perseguono una specializzazione professionale.

Torna al sommario

Dizzy Gillespie
(Cheraw, South Carolina 1917 - Englewood, New Jersey 1993)

dizzy.jpg (7726 byte)

Trombettista, compositore e direttore d’orchestra jazz statunitense. John Birks Gillespie (questo \il suo vero nome) fu uno dei principali esponenti del jazz degli anni Quaranta e Cinquanta. Dopo aver suonato nelle grandi orchestre di personaggi come Cab Calloway, Billy Eckstine e Earl "Fatha" Hines, a partire dal 1945 e per tutti gli anni Cinquanta insieme ad altri musicisti, tra cui il saxofonista Charlie Parker, inventò il bebop (o bebop), contribuendo a un grande rinnovamento della musica jazz. Primo jazzista a dirigere una grande orchestra bebop, Gillespie continuò a esibirsi sino agli anni Ottanta. Tra le sue composizioni più note sono Salt Peanuts, Bebop e Night in Tunisia; in Manteca, una creazione pionieristica, adottò uno stile di jazz influenzato da ritmi afrocubani, al quale dedicò sempre maggiore attenzione negli anni della maturità.

Torna al sommario

Home musica

Home RBV


Mappa del Sito